La destra italiana alle Olimpiadi del tafazzismo

Claudio Cerasa

I no vax, i no green pass, i no euro. Cosa li lega? La strategia è sempre la stessa: soffiare sul fuoco di una paura nella convinzione di trarne un vantaggio elettorale. Salvini e Meloni e l’algoritmo del complottismo

In teoria potremmo chiamarle così: le Olimpiadi del tafazzismo. C’è un filo sottile ma per nulla invisibile che lega alcune posizioni che si trovano a sostegno del no al green pass e del no ai vaccini con altre posizioni che si trovano a sostegno di varie teorie strampalate con cui abbiamo fatto i conti negli ultimi anni in Italia. Se dici no ai vaccini, e dici no al green pass, come hanno fatto nelle ultime settimane diversi estremisti della politica italiana, è probabile che tu non sia semplicemente scettico sui vaccini e scettico sul green pass ma è altamente probabile che tu in passato abbia detto qualcosa di molto critico e di molto complottistico su un’altra serie di discipline tutte appartenenti alle spassose e pericolose Olimpiadi del tafazzismo. Discipline come lo scetticismo sull’euro, come le dietrologie sull’Europa, come il complotto dei poteri forti, come l’Europa erede dell’Unione sovietica, come la Germania pronta a invadere economicamente l’Italia, come il Bilderberg pronto a mangiare la pappa in testa alla democrazia italiana, come la dittatura sanitaria pronta a toglierci quel poco di libertà che ci è rimasta a disposizione, come la volontà dello stato di usare la pandemia solo per poter controllare i propri cittadini.

  

Il meccanismo delle Olimpiadi del tafazzismo di solito è sempre lo stesso: costruire nemici invisibili, intenzionati inesorabilmente a voler limitare la nostra libertà, presentarsi come gli unici in grado di vedere ciò che gli altri non possono vedere e scegliere di volta in volta dei simboli utili a mantenere vivo il fuoco del complottismo. Ma oltre al meccanismo, che riguarda la forma, c’è un tema che riguarda la sostanza e in particolare il collante che tiene insieme queste forme di complottismo, che comprende un mix letale fatto di nazionalismo, antagonismo permanente, una visione del potere inafferrabile e dunque malefico e un desiderio costante di intercettare delle paure non con lo scopo di neutralizzarle ma con l’obiettivo di alimentarle.

 

La paura del progresso (ci toglieranno il lavoro e dunque la nostra libertà). La paura della tecnologia (ci toglieranno il lavoro che sappiamo fare e dunque la nostra libertà). La paura della scienza (ci toglieranno la salute e dunque la nostra libertà). La paura del mercato (ci toglieranno i nostri negozi e dunque la nostra libertà). La paura dei migranti (ci toglieranno i nostri soldi e dunque la nostra libertà). La paura dell’Europa (ci toglieranno i nostri soldi, a colpi di tasse, e dunque ci toglieranno la nostra libertà).

  

La diffidenza dei “no future” è una diffidenza spesso riconducibile a una dimensione strettamente comunitaria – l’individuo è libero solo quando è lui a decidere per sé, non quando qualcuno decide per lui – ma le conseguenze alla fine sono sempre le stesse: chi alimenta i sentimenti complottisti contribuisce ad accendere un ventilatore di menzogne che a forza di mettere in circolo costantemente post verità, alla fine riuscirà a trasformare in verità anche alcune verità alternative. La pandemia, a dire il vero, ha contribuito in modo sostanziale a prosciugare alcuni serbatoi dei complottisti e ha reso più che mai evidente una verità difficile da contestare: di fronte a problemi complessi è del tutto controproducente concentrarsi sui capri espiatori piuttosto che sulle soluzioni.

 

Il passaggio graduale dalla stagione dell’emergenza permanente a quella della post emergenza ha spinto alcuni partiti a tornare alle loro origini estremiste e ha spinto due leader come Meloni e Salvini a tornare alle loro origini spinti dall’idea che l’ambiguità su questi temi possa contribuire a saldare alcune bolle lasciate non presidiate dai grillini.

 

La strategia è sempre la stessa: scegliere una paura e soffiare sul fuoco della paura nella convinzione di averne un vantaggio elettorale. Senza capire però che, come successo qualche settimana fa a Pesaro, sotto la casa del sindaco Matteo Ricci dove si sono radunati attivisti no vax, a forza di portare borracce agli indiani alla fine gli indiani iniziano a tirare le frecce. Nelle grandi democrazie liberali, le minoranze arrabbiate hanno una base sociale vera, che probabilmente fa leva sullo smarrimento del famoso forgotten man, ma di fronte alla rabbia di alcune minoranze, che usano alcuni spazi della rete per manovrare gli elettori disorientati, la politica può scegliere da che parte stare. Può scegliere se stare dalla parte di chi offre soluzioni compatibili con una democrazia liberale o se stare dalla parte di chi per difendere una libertà fittizia decide di muovere un passo verso le democrazie alternative fondate sui complotti, sulle cospirazioni e sui capri espiatori. Il prototipo di politico alla Meloni e alla Salvini, tanto per fare due nomi a caso, finora ha scelto da che parte stare e l’adesione convinta dei due prototipi al regime della democrazia complottara è un qualcosa che difficilmente dimenticheranno gli elettori di destra con la testa sulle spalle, alla ricerca ormai da troppo tempo di una destra alternativa, europeista, liberale, non complottista e capace di offrire più soluzioni e meno scalpi. Sono le Olimpiadi del tafazzismo, bellezza, e la destra italiana purtroppo sembra aver deciso con forza di provare a vincerle.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.