manifestazione No Global al G8 di Genova (foto Ansa)

Il ventennale del G8 di Genova

Gli eredi dei No Global oggi si trovano nella destra sovranista

Claudio Cerasa

Le battaglie contro il mondialismo, la globalizzazione, le oligarchie e a favore del primato nazionale: se si mettono allo specchio la sinistra che avanza e la destra che avanza non si farà fatica a riconoscere quale tra le due forze in quel G8 di Genova oggi si sentirebbe più a casa

La ricorrenza del ventennale del G8 di Genova ha offerto a molti osservatori buone ragioni per organizzare un piccolo viaggio nel passato alla ricerca di una qualche verità indicibile sui tragici fatti di quei giorni. Le ricostruzioni sul G8 di Genova sono ricche, interessanti, provocatorie e persino commoventi, ma presentano due difetti ricorrenti che meritano di essere messi a fuoco. Un primo difetto riguarda la rappresentazione falsata di ciò che quel G8 è stato dal punto di vista storico. E per quanto le immagini di Bolzaneto e della Diaz siano raccapriccianti è difficile isolarle dalla violenza portata in piazza dai manifestanti per così dire più facinorosi (no: il G8 di Genova, nei libri di storia, non verrà ricordato solo come un’evitabilissima prova di forza della polizia). Il secondo difetto riguarda invece una verità che coincide con una domanda la cui risposta è tutt’altro che scontata: tra le forze politiche presenti oggi in Italia chi può considerarsi come l’erede di quelle istanze portate in piazza dai No Global? Nell’immaginario collettivo, i No Global continuano a essere associati a una costola impazzita della sinistra oltranzista (al G8 di Genova ci andarono anche Alexis Tsipras e Pablo Iglesias). Ma se si presta un po’ di attenzione non si farà molta fatica a riconoscere che nella stagione in cui ci troviamo l’agenda politica ed economica squadernata vent’anni fa dai No Global  combacia quasi perfettamente con l’agenda della destra sovranista. E’ la destra sovranista, più di chiunque altro, a guidare oggi la battaglia contro il mondialismo, contro la globalizzazione, contro l’imperialismo, contro le oligarchie, contro il neoliberismo, contro le multinazionali, contro il Wto, contro i Soros, contro le privatizzazioni, contro l’austerità fiscale, contro la liberalizzazione dei movimenti di capitali e a favore del primato nazionale. Ed è la destra sovranista, più di chiunque altro, a declinare le proprie politiche anti sistema utilizzando in ogni occasione la chiave del cospirazionismo universale (c’è sempre un grande ordine mondiale che vuole fottere il mondo), trasformando la globalizzazione stessa “in un processo di sovversione mondiale che sotto le mentite spoglie della democrazia e del benessere capitalista mira a omologare volontà, valori e comportamenti in senso anti tradizionale” (il passaggio è tratto da un saggio pubblicato anni fa per Rubbettino da Marco Fraquelli: “A destra di Porto Alegre”).

 

Non si può dire che la dottrina “No Global” non abbia attecchito anche lontano dalla destra sovranista (chiedere a Podemos,  a Mélenchon,  a Corbyn,  a Sanders, alla Dibba Associati). Ma d’altro canto non si può non riconoscere quello che ha giustamente messo in rilievo qualche giorno fa l’Economist, che parlando delle trasformazioni in corso nella sinistra mondiale ha notato un elemento interessante, che certamente non piacerà a chi vent’anni fa, a Genova, aveva sperato in una maggiore contaminazione della sinistra mondiale con le istanze No Global. Nella rubrica “Checks and Balance” curata da John Prideaux, l’Economist scrive che la presenza di Joe Biden alla Casa Bianca, per la disperazione dei nostalgici di Genova, potrebbe contribuire ad associare le politiche portate avanti dal mondo progressista con quelle portate avanti dai difensori del mercato libero. Lo dice, l’Economist, mettendo insieme la volontà da parte di Biden di difendere il Wto, le critiche senza sconti rivolte al regime cubano e l’ordine esecutivo firmato due settimane fa dalla Casa Bianca che include 72 iniziative volte ad aumentare la concorrenza in economia. Prideaux, che in pieno spirito giavazziano arriva a teorizzare “the rise of  free-market leftism”, è forse un po’ ottimista. Ma se si mettono allo specchio la sinistra che avanza e la destra che avanza non si farà molta fatica a riconoscere quale tra le due forze in quel G8 di Genova oggi si sentirebbe più a casa. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.