Salvini a Potenza insieme (da sinistra) al vice presidente della Basilicata Fanelli e al sindaco di Potenza Mario Guarente, dopo la vittoria dell'Italia contro il Belgio (Ansa)

Salvini nel pallone

Da forza Paraguay a viva gli Azzurri. La giravolta di Salvini è una tragica lezione di comicità politica

Claudio Cerasa

Il romanzo di formazione del leader leghista spiegato con il suo spassoso sostegno per la Nazionale: si tifa Italia solo se c’è qualcuno gradito al governo (modello Travaglio)

Tra le novità più interessanti di questi campionati europei, si fa per dire, c’è una piccola storia non calcistica che merita di essere racconta e che riguarda una notizia gustosa che avrebbe meritato una maggiore attenzione da parte degli osservatori politici. La notizia non riguarda il doloroso travaso di bile messo in scena in questi giorni da Marco Travaglio (il direttore del Fatto applica al tifo per l’Italia gli stessi criteri utilizzati per il garantismo: vale solo se c’è un grillino di mezzo) ma riguarda Matteo Salvini e riguarda in particolare una svolta interessante messa in campo dal leader della Lega, che per la prima volta nella sua lunga storia politica ha scelto di fare, di fronte alla Nazionale di calcio, l’esatto contrario di quello che ha fatto negli ultimi ventuno anni. Diciamo ventuno anni con cognizione di causa, perché li abbiamo messi tutti in fila: dagli Europei del 2000 ai Mondiali del 2018 non c’è stata una sola occasione in cui il Capitano della Lega non abbia sfruttato una competizione internazionale per fare la stessa cosa che sta facendo in questi giorni Marco Travaglio. Ovverosia: tifare contro la Nazionale di calcio.

 

   

 

Si potrebbe dire che il tifo per la Nazionale da parte di Matteo Salvini (eccezion fatta per lo sguardo feroce che ha rivolto contro Donnarumma, accusato di essere stato avido e di aver lasciato il Milan solo per soldi) è uno dei molti miracoli prodotti dal governo Draghi. Ma la questione è più sottile e per metterla a fuoco occorre ripercorre con un po’ di pazienza, e qualche sorriso, il romanzo di formazione del Capitano leghista. Nel 2000, quando l’Italia perse gli Europei in finale contro la Francia, Salvini, all’epoca alle tastiere di Radio Padania, da federalista convinto, fece festa per il gol con cui Trezeguet consegnò l’Europeo alla Francia. E disse: “Mica c’è un articolo della Costituzione in cui c’è scritto che bisogna tifare l’Italia: noi tifiamo per i più bravi”. Il 4 luglio del 2006, giorno della semifinale dei Mondiali tra Germania e Italia, Salvini disse che avrebbe tifato per i tedeschi perché la Germania “è un paese serio, è una Repubblica federale” (quel giorno Salvini, all’epoca consigliere comunale a Milano, entrò in aula con una maglietta bianca con una scritta in tedesco, Auf geht’s Deutschland, forza Germania) ed espresse il suo disprezzo per tutti i sostenitori dell’Italia.

 

      

“Per me – disse – il tricolore associato a qualunque cosa, dal calcio al nuoto, da Napolitano agli spaghetti, resterà un simbolo di oppressione”. Nel 2010, agli sfortunati Mondiali in Sudafrica in cui l’Italia uscì nella fase a gironi, la Lega organizzò su Radio Padania, anche con Salvini, delle dirette in stile Radio Parolaccia (ci perdoni Radio Radicale) per tifare a favore di tutte le squadre contro cui si ritrovò a giocare la Nazionale.

 

   

Il giorno dopo il famoso e triste pareggio con il Paraguay, Salvini scelse di postare sulla sua pagina Facebook il seguente messaggio: “Meglio Para-guay che para-culi!”.
  

 

Ai Mondiali del 2014, Salvini, pur non tifando esplicitamente contro, cosa che invece fece la radio del partito di cui Salvini era segretario, un secondo dopo l’eliminazione della Nazionale tentò di usare i risultati dell’Italia per dare la colpa agli oriundi: “Quando dicono di essere italiani questi oriundi non ci credono. Spesso lo fanno solo per questioni economiche”. Quattro anni dopo, poco prima dei Mondiali del 2018, quando l’Italia mancò la qualificazione per la fase finale, Salvini usò la sconfitta della Nazionale per dare la colpa ai troppi stranieri che che giocavano nelle squadre italiane.

   

   

“Stop invasione e più spazio ai ragazzi italiani, anche sui campi di calcio”, disse Salvini nel novembre 2017. Le sue peripezie calcistiche sono lì a fotografare non solo il complesso romanzo di formazione del leader leghista (si potrebbe dire che Salvini ha fatto con la sua storia politica quello che ha fatto Donnarumma con il Milan: ha tradito la maglia per fare carriera) ma anche la sua capacità incredibile di offrire, anche quando si parla di calcio, soluzioni non adatte a risolvere i problemi (gli oriundi, come Jorginho e come Emerson, ci hanno portato in finale, e chissà se Donnarumma avrebbe fatto quelle parate se non avesse trovato una squadra disposta a pagarlo a peso d’oro per la prossima stagione).

   

Ma arrivati a questo punto del nostro ragionamento c’è un elemento ulteriore che non si può tralasciare ed è la ragione per cui Salvini ha improvvisamente scelto di non tifare contro la Nazionale. E la ragione è simile a quella per cui la Travaglio associati tifa oggi contro gli Azzurri: l’unica Nazionale da difendere è quella che scende in campo quando alla guida del governo c’è qualcuno che piace ai nemici dell’Italia. Può sembrare solo un tema che riguarda il calcio. Ma in realtà è un tema che riguarda la politica: tifare per il proprio paese solo quando alla guida di quel paese c’è qualcuno che non si disprezza e sentirsi dunque legittimati a tifare contro l’Italia quando a guidare il paese c’è qualcuno che non si ama. E se avete l’impressione che il tema riguardi non solo il calcio ma anche la politica è difficile darvi torto.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.