La nuova sfida di Draghi è riformare il paese fregandosene dell'opzione Salvini fuori dal governo

Whatever it takes o whatever it can?

Claudio Cerasa

Fare quello che si può o fare quello che si deve? I paletti per governare una nuova stagione del draghismo: la non unanimità

Whatever it can o whatever it takes? Le parole consegnate a Repubblica da Matteo Salvini sulle riforme che in questo governo non si dovranno fare hanno riportato al centro del dibattito politico una domanda importante alla quale già si può provare a dare una risposta. La domanda è politologica, ed è dunque scivolosa, ma è una domanda con la quale occorre confrontarsi per provare a disegnare una cornice utile a orientarsi nei prossimi mesi della legislatura: Matteo Salvini vuole staccare la spina a questo governo? E se sì, quando lo farà?

 

La risposta che proviamo ad azzardare alla prima domanda è che sì, Matteo Salvini ha eccome intenzione di staccare la spina a questo governo e la sua fretta di eliminare il prima possibile ogni restrizione alle libertà imposta dalla pandemia non è solo un tema legato alla volontà di dettare l’agenda del governo ma è anche un tema legato alla volontà di poter ristabilire le condizioni giuste per tornare a riposizionare la sua Lega su un terreno sempre più di lotta e sempre meno di governo. Dunque, sì, Matteo Salvini ha tutta l’intenzione di staccare la spina a questo governo, farà di tutto affinché il costo politico delle riforme che accompagneranno il Pnrr ricada sugli altri partiti, tenterà in tutti i modi di opporsi alle riforme sulla concorrenza, arriverà allo scontro con il suo stesso governo sul tema dei migranti e una volta che sarà apparecchiata la tavola per il Quirinale per la Lega ci saranno pochi motivi utili per restare al governo.

 

E’ possibile che il nostro pronostico non trovi riscontri nella realtà ed è possibile che il centrodestra non sia del tutto convinto che il piano di Salvini sia quello giusto per dare maggiore solidità alla coalizione alternativa a quella rossogialla (Giorgetti contro Draghi, davvero?). Ma se, come pensiamo, avesse ragione il ministro del centrodestra con cui ieri abbiamo conversato nel pomeriggio, “Salvini vive alla giornata, anzi alla mezza giornata, non sa che pesci pigliare, ma non c’è dubbio che il timing della sua presenza al governo coincide con il Quirinale”, ci sono buoni motivi per dire che i mesi che separano il presidente del Consiglio dalla partita del Quirinale saranno mesi in cui capiremo se l’agenda di Palazzo Chigi verrà tarata sul modello whatever it takes o sul modello whatever it can. Il primo modello prevede un approccio lineare che si trova più o meno all’opposto rispetto al modello suggerito da Salvini: non rallentare l’approccio riformatore per evitare di dividere la possibile base elettorale di Draghi per il Quirinale ma al contrario sfruttare i vincoli concordati con l’Europa sul Pnrr per indirizzare con rapidità le riforme del governo sui giusti binari, a colpi di decreto, maxiemendamento e fiducia, senza paura di dividere la maggioranza di governo.

 

Il secondo modello prevede invece un approccio più timido, più prudente, più politico, che qualche malizioso potrebbe dire più gesuitico, orientato cioè sul riformare ciò che è possibile riformare, whatever it can, iniziando solo ad aprire alcuni cantieri, rinviando ciò che si può rinviare all’anno successivo e tenendo conto delle sensibilità dei partiti  per non dividere in modo eccessivo la maggioranza di governo. Per imboccare la prima strada piuttosto che la seconda Draghi avrebbe bisogno di avere a fianco a sé un partito intenzionato a fissare sul terreno di gioco qualcosa di diverso da sterili bandierine ideologiche. E il fatto che oggi il Pd sembri essere impegnato a costruire un’alternativa al salvinismo scommettendo più che sulla costruzione di un nuovo futuro sulla  rievocazione di un lontano passato (da studiare il tentativo del Pd di considerare prioritari nella propria agenda temi come lo ius soli, la legge sul suicidio assistito, il ddl Zan in nessun modo legati all’uscita dell’Italia della pandemia) non appare come una buona notizia per chi si augura che Draghi, nella stagione in cui il suo governo affronterà una fase di decisioni non più insindacabili, abbia la forza di scommettere più sul whatever it takes che sul whatever it can. Dita incrociate.
 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.