Draghi e l'Italia dei prossimi sei anni. Inchiesta su un Recovery da sogno

Claudio Cerasa

Ricostruire il paese scommettendo sulla concorrenza. Combattere la corruzione semplificando le leggi ed eliminando i colli di bottiglia che tengono in ostaggio l'Italia. Spulciare in anteprima tra le pagine inedite del Pnrr e rendersi conto che il vincolo esterno può salvare l'Italia

L’Economist che sarà oggi in edicola si chiede senza troppi giri di parole se sul governo Draghi, in Italia e in Europa, non ci sia un eccesso di aspettative tale da aver trasformato l’ex presidente della Bce in qualcosa che il presidente del Consiglio oggettivamente non potrà essere mai: l’uomo della Provvidenza. L’Economist, con malizia, ricorda che saper gestire una Banca centrale, anche se si tratta di banca molto politica com’è la Bce, è diverso dal saper gestire un paese per una ragione facilmente intuibile: “Quando si è alla guida della Bce, se si tira una leva il denaro esce. Al governo italiano, se si tira una leva si può scoprire che quella leva non è collegata a nulla”.

 

Per provare a misurare con esattezza il differenziale che esiste tra ciò che ci si aspetta da Draghi e ciò che può fare davvero Draghi occorre uno sforzo e concentrarsi un po’ meno sulle parole, sulle intenzioni e sui sogni del capo del governo e un po’ più sui fatti, sui progetti e sulle riforme a cui sta lavorando il presidente del Consiglio per provare a offrire all’Italia un Recovery che sia all’altezza della sua fama. Ieri mattina sono circolate alcune sintesi del famoso Pnrr, con numeri, bozze, indicazioni e contenuti. Ma la vera ciccia del draghismo, per così dire, è quella che è contenuta tra la righe del mastodontico piano per la ripresa e la resilienza che alcuni ministri non hanno ancora ricevuto nella sua interezza e che pure da qualche settimana fa avanti e indietro tra le stanze di Palazzo Chigi e quelle del Mef e in particolar modo tra le stanze del Mef  (il collettore del Recovery al Tesoro è Carmine Di Nuzzo, dirigente della Ragioneria dello stato) e quelle delle istituzioni europee deputate (la Dg Reform di Mario Nava e lo staff del commissario all’Economia Paolo Gentiloni) delegate a osservare anche preventivamente i contenuti del piano (che dovrà essere ultimato entro il 30 aprile). E tra una mail e l’altra qualcosa di interessante, tra le 300 pagine e le 735 mila battute del piano costruito per mettere a terra 221,5 miliardi di euro tra i 191,5 coperti con il Recovery e i 30,04 coperti con lo scostamento di bilancio, inizia a filtrare.

 

E’ un libro dei sogni quello di Draghi. E’ un piano che punta a far passare il tasso di crescita potenziale dell’economia dallo 0,6   all’1,4 per cento all’anno. E’ un piano che punta a portare entro il 2026 il tasso di disoccupazione tra il 7,1 e il 7,5 per cento, a un livello uguale all’attuale tasso di disoccupazione nell’Unione europea. E’ un progetto che punta ad avere un impatto sul pil pari a 3,6 punti percentuali nell’anno finale del piano. E’ un piano, come si legge nelle bozze, in cui il 61,8 per cento delle risorse è destinato a investimenti pubblici,  il 12,2 per cento è costituito da spesa corrente,  il 18,7 per cento è costituito da incentivi alle imprese,  il 5 per cento è costituito da trasferimenti alle famiglie e il 2,4 è costituito dalle cosiddette riduzioni di contributi datoriali. Ma oltre a tutto questo è prima di tutto un piano che punta a ridisegnare la geografia economica, politica e istituzionale dell’Italia dei prossimi sei anni investendo in modo forte su temi noti come la transizione digitale e la transizione ecologica e puntando soprattutto su quelle che Draghi definisce testualmente “le riforme orizzontali o di contesto”, quelle cioè che hanno un interesse traversale a tutte le missioni del piano e che consistono  “in innovazioni strutturali dell’ordinamento, idonee a migliorare l’equità, l’efficienza e la competitività e, con esse, il clima economico del paese”. E’ forse questa la parte più interessante del Recovery, quella in cui cioè si legge con più facilità il tentativo ambizioso a cui sta lavorando il governo: costruire una nuova spina dorsale adatta alle sfide che attenderanno l’Italia nei prossimi sei anni – e anche oltre. 


E qui viene il bello. Perché tra le riforme considerate cruciali dal governo, per provare a restituire un nuovo clima economico al paese, ce ne sono alcune storicamente poco popolari che Draghi invece ha scelto di intestarsi: da un lato c’è un investimento forte sulla concorrenza e dall’altro c’è un investimento forte sullo smaltimento di alcuni colli di bottiglia che da troppo tempo impediscono all’Italia di correre come dovrebbe e come potrebbe. Scommettere sulla concorrenza, scrive il governo – che entro il 15 luglio presenterà un disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza, basato su tre punti: realizzazione e gestione di infrastrutture strategiche; rimozione di barriere all’entrata nei mercati; concorrenza e valori sociali – è un modo per “mettere le imprese in condizione di competere in termini di qualità dei prodotti, ma anche in termini di costi, che sono spesso motivo rilevante di delocalizzazione”. Ma è anche un modo per “incentivare la creazione di nuove imprese grazie ad un ambiente economico più attrattivo”, senza dimenticare che “la concorrenza non è solo logica di mercato, ma contribuisce anche a proteggere diritti e interessi non economici dei cittadini”. All’interno di questa cornice, Draghi sceglie di collocare anche un tema centrale e divisivo come quello della riforma della giustizia. “Alla durata dei processi più elevata – si legge nel Pnrr – si associa una minore partecipazione delle imprese alle catene globali del valore e una minore dimensione media delle imprese” e avere una giustizia rapida e di qualità, dice il Pnrr, è cruciale perché “stimola la concorrenza, riduce il costo del credito, promuove le relazioni contrattuali con imprese ancora prive di una reputazione di affidabilità, consente un più rapido e meno costoso reimpiego delle risorse nell’economia, accelera l’uscita dal mercato delle realtà non più produttive e la ristrutturazione di quelle in temporanea difficoltà, incentiva gli investimenti in attività innovative e rischiose e promuove la scelta di soluzioni organizzative più efficienti”.

 

Per fare questo il Pnrr si pone una serie di obiettivi: interventi sulla procedibilità dei reati, possibilità di estinguere talune tipologie di reato mediante condotte riparatorie a tutela delle vittime, ampliamento dell’applicazione dell’istituto della particolare tenuità del fatto ed “eventuali iniziative concernenti la prescrizione del reato, inserite in una cornice razionalizzata e resa più efficiente, dove la prescrizione non rappresenti più l’unico rimedio di cui si munisce l’ordinamento nel caso in cui i tempi del processo si protraggano irragionevolmente”. Senza concorrenza non c’è crescita ma per avere concorrenza occorre avere un mercato più snello e per avere un mercato più snello occorre intervenire sui colli di bottiglia. Come? Il Pnrr promette una limitazione della responsabilità per danno erariale, promette di razionalizzare le norme sui controlli pubblici di attività private, come le ispezioni, “che da antidoti alla corruzione sono divenute spesso occasione di corruzione”, promette di lavorare per “evitare che alcune norme nate per contrastare la corruzione impongano alle amministrazioni pubbliche e a soggetti privati di rilevanza pubblica oneri e adempimenti troppo pesanti (“è il caso delle disposizioni sulla trasparenza che prevedono – tra l’altro – obblighi di pubblicazione di numerosi atti, obblighi non sempre giustificati da effettive esigenze di conoscibilità dei cittadini e assai onerosi per gli uffici, soprattutto degli enti minori”). E più in generale è la logica con cui si sceglie di intervenire sui colli di bottiglia del paese: “La corruzione può trovare alimento anche nell’eccesso e nella complicazione delle leggi”. Quando si punta molto in alto, come suggerisce l’Economist, c’è sempre il rischio di essere delusi e non sono poche le rivoluzioni economiche tentate negli ultimi decenni in Italia. Ma il vantaggio dell’Italia di oggi è legato a qualcosa di più importante della semplice presenza sul terreno di gioco di Mario Draghi. Ed è legato a un fatto unico nella storia del nostro paese: considerare il vincolo esterno dell’Europa non come un problema da dribblare ma come una straordinaria opportunità da sfruttare. Draghi non sarà l’uomo della Provvidenza, ma la lettura del Pnrr – e la consapevolezza che le riforme inscritte in questo piano accompagneranno l’Italia dei prossimi sei anni, pena il blocco immediato dell’erogazione dei fondi europei – ci dice che oggi forse sognare si può. 

 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.