L'Italia riapre non grazie a Salvini, ma nonostante il salvinismo

Claudio Cerasa

Le chiusure necessarie, l'ombrello europeo, i vaccini globali e il dovere della prudenza. Il modello Draghi non è il modello Salvini

Con tutto il rispetto per il senatore Matteo Salvini e con tutto il rispetto per la sua storia, per la sua coerenza, per la sua intelligenza e per la sua lungimiranza, la tesi esposta in queste ore da un pezzo importante del centrodestra, ovverosia “le riaperture di lunedì prossimo non ci sarebbero mai state se non ci fossimo stati noi al governo”, è una tesi che cozza con una realtà tanto difficile da accettare quanto complicata da negare. Una realtà che giorno dopo giorno, ora dopo ora, secondo dopo secondo, ci dice, al contrario di ciò che sostiene il senatore Salvini, che il possibile ritorno alla normalità dell’Italia, e non solo dell’Italia, è legato in modo inversamente proporzionale alla capacità del nostro paese di seguire l’agenda sovranista della sua Lega. Non si prova a riaprire l’Italia perché lo ha detto Salvini. Ma si prova a riaprire l’Italia perché in queste settimane il nostro paese ha provato a fare quello che Salvini non avrebbe mai voluto fare.

 

Da mesi, da prima di Natale, Salvini, in forme più o meno esplicite, chiede a chiunque sia al governo, prima a Conte ora a Draghi, di liberare i cittadini dal morso mortale della dittatura sanitaria. Ma al senatore Salvini basterebbe ascoltare le parole di Boris Johnson, primo ministro inglese, per capire che i paesi che possono riaprire, e che possono contare un numero progressivamente più basso di infezioni, di ricoveri, di decessi, sono quelli che hanno avuto la forza e il coraggio di piegare la curva non solo a colpi di vaccini ma anche a colpi di chiusure. “E’ importante – ha detto Boris Johnson pochi giorni fa, prima di riaprire il Regno Unito – che tutti capiscano che il calo di questi dati non è stato ottenuto con il programma di vaccinazione: credo che la gente non si renda conto del fatto che il lockdown è stato fondamentale per arrivare a questi miglioramenti nella gestione della pandemia”.

 

Da lunedì, dunque, l’Italia può provare a riaprire perché nelle ultime settimane il governo ha avuto il coraggio (forse non abbastanza) di fare quello che Salvini non voleva fare (il nemico è il virus, non le chiusure). E allo stesso modo l’Italia può sperare di ricostruire rapidamente un suo futuro, per esempio, grazie a un’Europa che ha fatto il contrario di quello che Salvini e i suoi amici hanno consigliato di fare negli ultimi anni (scommettere sulla solidarietà) e grazie a un vaccino che chissà quando sarebbe nato se le case farmaceutiche avessero scelto di far propria l’agenda culturale del sovranismo (il nazionalismo sui vaccini la pandemia la prolunga piuttosto che fermarla). Prima o poi Matteo Salvini dovrà pur riconoscere che i 191 miliardi di euro che l’Italia avrà la possibilità di spendere da qui ai prossimi sei anni grazie al Recovery plan sono soldi che avremo a disposizione grazie alla presenza di una moneta che Salvini non voleva (l’euro), grazie alla presenza di un’integrazione tra stati che Salvini non voleva (l’AfD, alleata di Salvini al Parlamento europeo, ha appena lanciato come tema della sua campagna elettorale l’uscita dall’Unione europea) e grazie alla presenza di un piano che Salvini ha fatto di tutto per boicottare (il 23 luglio del 2020, prima della conversione, la Lega al Parlamento europeo votò contro il Recovery). E prima o poi Salvini dovrà anche riconoscere che la cattivissima Europa (da cui anche la Cina vuole acquistare vaccini e da cui è partito il 60 per cento dei vaccini usati in Gran Bretagna) è quella che sta lavorando per diventare il primo produttore al mondo di vaccini (con una capacità di 3 miliardi di dosi l’anno entro fine 2021). 


L’Europa  è quella che ha finanziato con i soldi dei cittadini europei le prime ricerche sulla tecnologia mRna (la prima volta nel lontano 2013), è quella che ha fornito lo scorso anno un prestito da 100 milioni per lo sviluppo di BioNTech (attraverso la Bei), è quella che ha permesso di far nascere una piccola società biotech tedesca (BioNTech) senza la quale non avrebbe trovato così in fretta la formula magica per provare a proteggere il pianeta un’azienda di nome Pfizer. Azienda arrivata al traguardo del vaccino grazie ai benefici offerti dall’immigrazione (Pfizer è guidata da un ebreo greco che lavora insieme a turchi musulmani), dalla globalizzazione selvaggia (il mondo interconnesso), alla corsa al profitto (chi guadagna di più con i vaccini di solito ha un incentivo in più a essere puntuale con le consegne). E con tutto il rispetto per Salvini, da lunedì prossimo l’Italia avrà la capacità di proteggere se stessa se farà il contrario di quello che oggi continua a suggerire Salvini. Salvini, in queste ore, indica agli italiani la strada del liberi tutti (basta chiusure, basta vincoli, basta coprifuoco). Il buon senso, invece, suggerisce che mai come oggi continuare a non perdere di vista la paura (sì coprifuoco) è anche un modo per ricordarsi che la pandemia non è ancora finita purtroppo, che l’emergenza non è ancora finita purtroppo e che mai come oggi occorre continuare a non perdere di vista la prudenza. L’Italia riapre non grazie a Salvini, ma riapre nonostante Salvini. Meglio ricordarselo. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.