il truce a processo

Salvini è stato rinviato a giudizio per il caso Open Arms

Luca Gambardella

Il gup di Palermo, Jannelli, manda il segretario della Lega a processo. I fatti risalgono all'agosto 2019, quando la nave della ong spagnola, con a bordo 147 migranti, venne bloccata dal ministro dell'Interno dell'allora governo Conte I per sei giorni

Giulia Bongiorno l’aveva avvisato, il Capitano. “Lui pensa di andare in aula e dimostrare davanti a tutti in tempi brevi che ha ragione. Però, questo rischia di non succedere. I tempi potrebbero essere lunghissimi e c'è il problema di restare bloccati per anni, ostaggi del processo". Era il febbraio 2020 e il legale confessava al Corriere della Sera tutta la sua preoccupazione per la decisione di Matteo Salvini di volere affrontare un processo per difendere i suoi amati “porti chiusi”. Allora si parlava di Gregoretti, ma si sa che la vicenda della nave della Guardia costiera s'intrecci ad altri casi analoghi avvenuti durante il Conte I, col governo gialloverde.

 

E’ successo quindi che la profezia del legale di Matteo Salvini, proprio per il processo Open Arms, si sia compiuta oggi, nell’aula bunker del Tribunale di Palermo. Il gup Lorenzo Jannelli decreta il rinvio a giudizio per l’ex ministro dell’Interno, che dal prossimo 15 settembre – data in cui scatterà la prima udienza – dovrà difendersi dall’accusa di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio. I fatti risalgono all’agosto 2019, quando la nave dell’ong spagnola con a bordo 147 migranti salvati fu bloccata per sei giorni senza l’assegnazione di un porto sicuro da parte del Viminale.

 

All’uscita dell’aula, Salvini ripete le stesse parole che usa da mesi: dice che non si pente e che rifarebbe esattamente le stesse cose se mai dovesse tornare al Viminale. Su Twitter ribatte il tormentone della “difesa della patria” che “è sacro dovere del cittadino, articolo 52 della Costituzione”. Vado a processo per questo, per aver difeso il mio paese? Ci vado a testa alta, anche a nome vostro. Prima l’Italia. Sempre”. Sarà colpa di Palamara, avrà pensato ancora a denti stretti uscendo dal tribunale. Così almeno diceva, ancora, l’avvocato Bongiorno, gettata nella mischia suo malgrado per difendere il suo assistito – siamo a luglio 2020 – in un Parlamento che si preparava a votare l’autorizzazione a procedere per il caso Open Arms: “Chissà cosa avreste votato se questo voto avesse riguardato anche tutti gli altri membri del governo competenti per questa faccenda”, chiedeva polemicamente l’avvocato. Non fosse che il giudice Jannelli oggi ha ribadito che il Consiglio dei ministri non proferì mai verbo sulle sorti della nave umanitaria e sul suo carico di disgraziati. Non fosse, poi, che lo stesso giudice ha ribadito che l’unico e il solo responsabile per l’assegnazione del porto era proprio lui, l’imputato dei “porti chiusi”.

 

E ricostruendo gli eventi dell’agosto 2019 è chiaro che i presupposti della difesa di Salvini non potevano essere più fragili. La politica, in questa vicenda drammatica – perché a bordo di quella nave c’erano 147 naufraghi – non c’entra, dato che “il contratto di governo non parlava affatto di blocco indiscriminato e generalizzato delle navi”. “La questione è tutta amministrativa”, chiarisce il procuratore Francesco Lo Voi, e pertanto “c’è materia da approfondire in un processo”. E pur essendo solamente un’udienza preliminare, i fatti di due anni fa chiarivano già quanto sancito oggi. Il 14 agosto fu il Tar del Lazio a svuotare di significato giuridico il decreto "Sicurezza bis" di Salvini sospendendone l’applicazione: era lo stesso provvedimento che impediva a Open Arms il transito nelle acque territoriali. I giudici ravvisarono già allora, da parte del ministero dell’Interno, un “eccesso di potere per travisamento dei fatti” e una “violazione delle norme del diritto internazionale”. “L’accusa è sostenibile nei confronti del senatore Salvini – conclude il procuratore di Palermo - Non lo diciamo noi, ma il Comitato Onu per i diritti umani, che il 29 gennaio ha condannato l’Italia per essere intervenuta in ritardo per soccorrere un’imbarcazione che addirittura non si trovava all’interno delle nostre acque territoriali”. Sempre debole, d’altra parte, la difesa dell’ministro, impegnato a dimostrare che la responsabilità del porto sicuro non spettava a lui. “La libertà di movimento dei migranti a bordo dell'Open Arms non è stata mai limitata per effetto di condotte riferibili al ministero dell’Interno”, c’era scritto nella memoria difensiva presentata da Salvini.

 

Si aspetta settembre ora, ma soprattutto si guarda con occhio ancora più attento a ciò che potrebbe succedere a Catania, dove il Capitano si difende da accuse analoghe per il caso Gregoretti. La procura etnea lì ha chiesto l’archiviazione e starà al giudice Nunzio Sarpietro decidere se quella vicenda sia ugualmente degna di andare a processo.

 

Resta la nemesi di Salvini: anni spesi a chiedere il processo per le ong – tutte archiviate fin qui le 16 indagini aperte dal 2017 a oggi – e alla fine, l’unico che andrà a processo è proprio lui.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it