Provaci ancora Brunetta. Cosa funziona e cosa no nella riforma dei concorsi pubblici

La selezione per titoli di studio, il peso dell'esperienza professionale, la riduzione delle prove

Maria Carla Sicilia

Il tentativo di tagliare i tempi delle selezioni per la pubblica amministrazione produce scorciatoie o semplificazioni? Un'indagine

Semplificare e digitalizzare le procedure dei concorsi pubblici, sbloccare quelli fermi a causa della pandemia e aumentare le assunzioni tentando di selezionare le persone più qualificate. La riforma che il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta ha inserito nell’ultimo decreto Covid coglie una serie di esigenze necessarie per rimettere in moto la macchina dello stato, che tra poco dovrà affrontare la delicata sfida di gestire le risorse del Recovery plan. L’ultimo richiamo è arrivato ieri dall’Ocse: rendere più efficiente la pubblica amministrazione in Italia è una priorità per migliorare la gestione degli investimenti pubblici e rafforzare il coordinamento e l'attuazione delle politiche tra i diversi livelli di governo. Tuttavia, le procedure introdotte non sono state accolte con favore né da alcune migliaia di candidati – a oggi la petizione per fermare la riforma ha più di 15 mila firme – né da più accreditati esperti, mentre iniziano a levarsi malumori anche nei partiti di maggioranza. 

 

Oltre alla riduzione delle prove – resta obbligatorio un solo scritto digitale mentre è facoltativo l’orale, in videoconferenza – il decreto stabilisce che per l’ammissione ai concorsi basterà una valutazione dei titoli di studio. L’obiettivo è velocizzare le procedure e questo vuol dire che ogni amministrazione dovrà attribuire un valore a diploma, laurea, master e altri corsi formativi invece di organizzare test preselettivi aperti a tutti. Per la graduatoria finale possono inoltre concorrere i titoli di servizio o le esperienze professionali, ma saranno le singole amministrazioni a decidere quali e in che misura. Con il rischio di ritrovarsi in un caos di valutazioni differenti a seconda del bando. “In termini teorici va bene puntare sui titoli, ma è facile che nell’attuazione questi principi vengano applicati male: quali esperienze saranno valutate, considerando che molte delle esperienze lavorative svolte nel privato hanno una valenza quasi nulla per il lavoro nella pubblica amministrazione? Che punteggio verrà loro attribuito?”, si domanda parlando con il Foglio Luigi Oliveri, autore di diverse pubblicazioni e dirigente di Veneto Lavoro, intervenuto sul tema pochi giorni fa con un intervento sul blog di Phastidio. “La discrezionalità che resta in capo alle varie amministrazioni non aiuta a selezionare meglio, ma pone invece diversi rischi, tra cui quello di disegnare il bando sulla base di candidati che si intende favorire, come segnala l’Anac nel Piano nazionale anticorruzione del 2013”. L’esperienza, spiega Olivieri, va fatta sul campo, non utilizzata per ottenere un punteggio più alto: “Usare forme contrattuali come l’apprendistato, che tiene conto della formazione nel corso di un periodo di prova, potrebbe essere un buon investimento anche per la pubblica amministrazione. Ma a valle di una selezione seria”. Mantenere una sola prova scritta e un orale facoltativo tradisce un’idea di fondo sbagliata, secondo Oliveri, e cioè quella di pensare che “la semplificazione passi dal non fare le cose, e quindi dal cercare scorciatoie: quale datore di lavoro nel privato rinuncerebbe a un colloquio per selezionare un candidato?”.

 

Di parere diverso è invece Aristide Police, professore ordinario di Diritto amministrativo nel dipartimento di Giurisprudenza della Luiss. “Non sono contrario all’eliminazione della prova orale: è quella che pone i rischi maggiori in termini di trasparenza e si presta a valutazioni altamente opinabili”, spiega. “La prova scritta, se ben strutturata, con anche risposte aperte, può funzionare per selezionare al meglio e aiuta anche a velocizzare i tempi grazie alla digitalizzazione”. Tutto dipenderà non tanto dalla legge ma da come le amministrazioni confezioneranno i bandi, che è un’opportunità quanto un limite di questa riforma. Perché se è vero che si possono selezionare persone valide in tempo rapido, saranno i requisiti d’accesso e le valutazioni sui titoli dei vari concorsi a fare la differenza.

 

Secondo Police, rispetto a quanto indicato dal decreto l’asticella può essere più alta. “Sarebbe una buona idea facilitare l’accesso dei dottori di ricerca, come ipotizzato dallo stesso ministro Brunetta: sono professionisti qualificati, che spesso nelle università non trovano sufficiente spazio. Utilizzarli nella Pa sarebbe prezioso”. Per il professore è un elemento valido anche la valutazione dei titoli, sia in fase di preselezione che di attribuzione del punteggio, anche se ciò vuol dire penalizzare chi ha appena conseguito una laurea. “Credo che i neolaureati, per quanto possano essere brillanti, siano sprovvisti di esperienza, che hanno tutto il tempo di acquisire nel mercato del lavoro privato o attraverso altri percorsi professionalizzanti. Chiedere di dimostrare un bagaglio di esperienze immediatamente spendibili è invece un punto a favore di una selezione migliore per le amministrazioni pubbliche”, spiega Police.

 

Tuttavia, anche per Police la discrezionalità lasciata agli enti territoriali nel determinare il valore dei titoli resta un’incognita che non garantisce nei fatti selezioni valide. Per evitare criteri disomogenei per posizioni simili in diversi luoghi del paese, la soluzione potrebbe essere quella di una graduatoria nazionale. “È una riflessione che deve essere posta e che sarebbe d’aiuto anche per gli uffici pubblici più in difficoltà”, dice il professore. Mentre per Oliveri creare un sistema di abilitazione nazionale è l’elemento che più di tutti gli altri porterebbe a velocizzare i tempi: “Ridurre le lungaggini con una graduatoria nazionale da cui attingere per ogni concorso, sulla base di un ranking ottenuto con un breve test d’ammissione e con la valutazione dei titoli, è più utile che tagliare le prove vere e proprie per la selezione finale”. Il vantaggio, spiega, sarebbe duplice: da una parte ridurre il numero dei concorrenti per i singoli bandi, limitando la partecipazione a chi si colloca nelle posizioni più alte, dall’altra spingere i candidati a scalare la classifica, grazie al valore delle esperienze professionali e di studio determinato su base nazionale. “La pubblica amministrazione non ha bisogno dei migliori in senso assoluto, non cerchiamo l’optimum ma molte persone, valide, con qualità eccellenti”, conclude Police. Per riuscirci serve determinare uno “standard di eccellenza medio significativo” sulla cui base selezionare le 150 mila assunzioni l’anno a cui punta il ministro Brunetta: una riforma efficace non può che iniziare da qui. 

  • Maria Carla Sicilia
  • Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Praticante da luglio 2020.