Cosa rischia il Pd di Letta lasciando a Salvini la battaglia sulle riaperture

Dalla zona a traffico limitato alla zona a fighettismo esasperato.

Claudio Cerasa

Per provare a essere un partito popolare capace di guardare al futuro il Partito democratico oggi ha due strade da scegliere. La prima strada è quella del partito della nostalgia, la seconda quella del partito del futuro. Prima Letta mostrerà con chiarezza da che parte vuole stare e meglio sarà per l’Italia

A  un mese dall’arrivo di Enrico Letta alla segreteria del Pd, il Partito democratico si trova di fronte a un dilemma importante: cosa può fare di concreto il nuovo segretario per evitare che per il Pd la stagione del cambiamento coincida con un passaggio dal partito Ztl, ovvero il partito della zona a traffico limitato, al partito Zfe, ovvero il partito della zona a fighettismo esasperato? La domanda non è solo retorica ma è legata ad alcune questioni  che giorno dopo giorno iniziano a presentarsi sempre con maggiore puntualità in cima alla lista delle problematiche del Pd.

 

Fino a oggi, Letta ha scelto di aggirare con abilità il tema del come trasformare il Pd nel partito chiave dell’agenda Draghi seguendo una strada tutto sommato semplice: l’agenda Draghi è  l’agenda del Pd e così, per non essere troppo di intralcio, il Pd preferisce muoversi costruendo un’agenda dei sogni non alternativa ma parallela a quella del governo.

 

I temi scelti da Letta non sono certo secondari per provare a ridefinire l’identità di un partito progressista ma allo stato attuale il Pd si trova di fronte a una difficoltà innegabile: mentre  Letta ha scelto di costruire l’agenda del Pd scommettendo sui diritti per cui vale la pena combattere in Parlamento (quote rosa, ius soli, omotransfobia), Salvini ha scelto  di scommettere sui doveri per cui vale la pena combattere al governo (aperture, aperture, aperture). Il risultato di tutto questo lo si può osservare facilmente dalla mattina alla sera guardando qualsiasi talk-show televisivo. Gli esponenti del centrodestra vengono solitamente intervistati per parlare di futuro (come riaprire, quando riaprire, dove riaprire, cosa riaprire) e nel marcare con forza questo tema finiscono spesso e volentieri con il fermarsi un passetto prima rispetto alla linea dei disobbedienti che da alcuni giorni scendono in piazza contro il governo (ieri a Roma nel corso di una manifestazione non autorizzata nel centro storico promossa dal movimento IoApro sono stati lanciati petardi e oggetti contro le forze dell’ordine). Mentre al contrario gli esponenti del centrosinistra si ritrovano nel migliore dei casi a parlare in modo veemente di alcune battaglie del passato lasciate a metà (i diritti, il Mattarellum,  l’Ulivo) e nel peggiore dei casi  a interpretare la parte stanca di chi, di fronte al sentimento trasversale del quando si riapre, non ha altro da dire se non abbiate  pazienza.

 

La Lega di Salvini politicamente è un partito che si trova sull’orlo di un collasso emotivo (a Roma sta con Draghi e con il suo sovranismo europeista, in Europa sta invece con chi l’agenda Draghi, a colpi di sovranismo nazionalista, la vorrebbe infilare nel cestino della storia, chiedere per credere a un alleato della Lega a Bruxelles come l’AfD, che in vista delle  politiche tedesche ha lanciato una  campagna per proporre di fare uscire la Germania dall’Ue) ma allo stesso tempo è un partito che, pur sbagliando con sistematicità le risposte, riesce a porsi spesso le domande giuste. E in questo caso la domanda giusta è: come trasformare le riaperture che ci saranno nei prossimi giorni in un successo politico della Lega? “Salvini e Meloni – ha detto  in una bella intervista al Tirreno l’ex governatore Enrico Rossi – cavalcano un’onda di disperazione destinata a crescere ma la loro politica  può portare consensi e segnare nel profondo i sentimenti dei cittadini. Il Pd deve ancora definire un suo messaggio forte, e a quella disperazione dare risposte”. Per provare a essere un partito popolare capace di guardare al futuro il Pd  oggi ha due strade da scegliere. La prima strada è quella del partito della nostalgia, la seconda  è quella del partito del futuro. Prima Letta mostrerà con chiarezza da che parte vuole stare e meglio sarà per l’Italia. 

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.