(foto LaPresse)

Un nuovo rapporto fra stato e mercato: la sfida post pandemia

Claudio Cerasa

Arriverà il momento in cui Draghi dovrà decidere che fare con Alitalia, con Ilva, con la rete unica, con i licenziamenti, con la riforma fiscale. E potrebbe riuscire a far cambiare rotta al paese

Arriverà un momento, speriamo presto, in cui l’emergenza finirà, in cui la pandemia entrerà in una fase diversa, in cui la carenza di vaccini sarà un ricordo lontano, in cui la presenza del personale medico non vaccinato non apparterrà più alle pagine di cronaca e in cui il dibattito sulle riaperture non riguarderà più il tema del se ma inizierà a riguardare il tema del come. Arriverà un momento, speriamo presto, in cui la grande emergenza diventerà solo un grande problema e in cui il governo Draghi entrerà in una stagione diversa dominata non più dall’insindacabilità delle sue azioni ma dalla possibile sindacabilità. C’è qualcuno che può opporsi alla strategia di avere più vaccini? Ovviamente no. C’è qualcuno che può opporsi alla strategia di contare di più in Europa? Ovviamente no. C’è qualcuno che può opporsi alla strategia di avere un Recovery plan fatto con gli attributi? Ovviamente no. Tutto questo sarà valido ancora per qualche mese, speriamo pochi, e quando a un certo punto il governo Draghi entrerà nella stagione delle scelte arriverà anche il momento in cui le idee di Draghi diventeranno divisive e in cui la direzione del governo non sarà più dettata solo dall’emergenza ma sarà dettata da una precisa visione del mondo. 

Quel momento arriverà naturalmente quando Draghi dovrà decidere cosa fare con Alitalia, cosa fare con Ilva, cosa fare con la rete unica, cosa fare con i licenziamenti, cosa fare con la riforma fiscale e quel momento arriverà nel momento in cui il presidente del Consiglio si troverà nelle condizioni di rispondere alle domande che lui stesso si è posto negli ultimi mesi prima di diventare capo del nostro governo. Primo: che cosa vuole dire per un paese scommettere davvero sui privati? Come fa uno stato a scegliere le imprese da salvare? Come si elimina lo stigma del fallimento?  Come si può passare dalla stagione degli aiuti generalizzati a quella delle politiche più selettive nella scelta delle priorità e dei settori su cui puntare?

Le ondate del virus, ha detto Draghi nel bellissimo dossier contenuto nel rapporto sulla ristrutturazione delle imprese dopo il Covid (“Reviving and Restructuring the Corporate Sector post-Covid”), elaborato a dicembre dal Gruppo dei Trenta o G30 guidato dallo stesso ex presidente della Bce e da Raghuram Rajan, economista dell’Università di Chicago ed ex governatore della Banca centrale indiana, hanno portato i governi a concentrarsi su misure incentrate sulla liquidità per impedire conseguenze molto più gravi per le imprese, per i posti di lavoro e per l’economia più in generale. Ma con il progredire della crisi occorre studiare risposte che tengano conto dei cambiamenti strutturali innescati dalla pandemia per raggiungere un obiettivo preciso: “Incoraggiare lo sviluppo di azioni politiche che supportino la resilienza e la crescita economica a lungo termine e miglioramenti su larga scala degli standard di vita, riducendo al minimo i costi per il pubblico”.

Considerare Draghi il salvatore della patria che risolverà nel giro di pochi mesi tutti i problemi che la politica non è riuscita a risolvere negli ultimi vent’anni è semplicemente utopistico e ovviamente sbagliato e non sarà certo il governo Draghi quello che riuscirà a far scalare posti all’Italia nella classifica dei paesi dove è più facile fare business (attualmente l’Italia nell’indagine Doing Business della Banca mondiale si colloca al 58° posto su 190 paesi e si colloca al 97° posto nella classifica per ottenere i permessi di costruzione, al 98° nella classifica per l’avvio di imprese, al 122° per far rispettare i contratti e al 128° per la semplicità delle norme fiscali). Ma considerare Draghi come un grande traghettatore capace di far cambiare verso alla rotta del nostro paese è un obiettivo invece più realistico ed è forse questo il vero terreno su cui potrà essere giudicato il governo quando l’emergenza finirà. Un terreno i cui punti fondamentali sono quelli individuati dallo stesso Draghi: concentrarsi sulla salute a lungo termine delle imprese, concentrarsi sull’uso più produttivo delle risorse dello stato, adattarsi alla nuova realtà invece di cercare di preservare l’esistente, limitare il sostegno pubblico alle imprese alle circostanze in cui c’è un fallimento del mercato. Il successo di Draghi non si misurerà sulle riforme che riuscirà a fare il governo, ma sui passi in avanti che Draghi riuscirà a far fare all’Italia su un terreno preciso: la capacità di far collaborare con successo lo stato con il mercato per ricostruire il paese passando dalla stagione dello status quo a quella del coraggio. Si può fare.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.