(Lapresse)

Il Pd (ri)cambia nome

Salvatore Merlo

Già Zingaretti voleva ribattezzarlo. Ora tocca a Letta. In pratica è una sindrome
 

Ci risiamo. Vogliono (ri)cambiare il nome al partito già quadrinominato. Ora lo vogliono chiamare “democratici”. Così. Secco. Tiè: democratici. Punto. L’importante è badare al sodo. Siamo o non siamo nell’epoca dei 140 caratteri? Dunque sintesi. Non più Pd. Via. Basta la D. 

 

A quanto pare Dario Franceschini lo ha già proposto a Enrico Letta, il quale, appena diventato il nuovo segretario, aveva d’altra parte fatto questa dichiarazione: “Non c’è bisogno di un nuovo segretario ma di un nuovo Pd”. A parte l’assonanza con la famosa pubblicità del “pennello grande e del grande pennello”, queste parole già alludevano a speciali voglie da novatore battesimale.

 

Un fenomeno che a pensarci bene è la sola cosa ferma, certa, familiare, rassicurante e ripetitiva che riguardi il partitone della sinistra italiana. Infatti è da novembre del 1989 che questi cambiano continuamente nome al loro partito. Da quando cioè Achille Occhetto avrebbe voluto chiamare il Pci “Comunione e Liberazione” ma purtroppo il nome esisteva già e allora ripiegò su Pds. Neanche dieci anni dopo arrivò D’Alema con “La Cosa 2”, tipo horror di John Carpenter. E da quella pancia (ma questo è un altro film: Alien) spuntarono fuori i Ds, i democratici di sinistra. Il tutto mentre dalla Dc intanto germinavano mostriciattoli dai nomi più o meno impronunciabili tipo ciccidì, ciddiù, uddiccì, uddierre. E infine la botanica, anzi floreale, Margherita, che per innesto agronomico  sulla Quercia fece venire fuori un Ulivo che poi rinsecchì per rinascere Partito democratico. Sembra una canzone di Angelo Branduardi, o una puntata di Linea Verde, ma è andata così. All’incirca. Ecco. 


Ma il punto è un altro. Il punto è che appena da quelle parti c’è un nuovo segretario, il poveretto si guarda intorno, serra le mascelle ed esprime il bisogno urgente, anzi viscerale – per non dire intestinale – del cambiamento. E che sia estetico. Simbolico. Importante. Da Botteghe Oscure al Loft, come minimo. Già Nicola Zingaretti a ottobre dell’anno scorso disse che  “daremo vita a un nuovo partito”. Poi a novembre cominciò a temere che tutto era già stato cambiato, e così tante volte per giunta, che forse l’unica cosa che poteva cambiare lui per lasciare traccia del proprio passaggio  era organizzare un trasloco. “Vorrei cambiare la sede nazionale del Pd”, disse. “Dobbiamo  aprire una nuova e bella sede con una libreria al piano terra”. Purtroppo non ha fatto in tempo.  S’è dovuto dimettere prima.   Ma  ora per fortuna tocca a Enrico Letta. Dice il saggio di Publitalia: “L’esca del negoziante è la novità”. Si potrebbe tuttavia forse pretendere che non insistano nel chiamare nuovo, originale, stimolante ed  eccitante l’eterno periplo del loro dito attorno allo stesso uovo.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.