Prove di big bang

Ora al Pd non serve una sceneggiata

La vera sfida dei dem, leadership a parte, oggi è questa: scegliere cosa essere tra il partito dei vecchi caminetti e il partito dei nuovi Draghi

Claudio Cerasa

Rivendicare l’agenda Draghi, allargare di nuovo la tenda, trovare un’identità diversa dall’anti, dimenticare il M5s. Come trasformare le dimissioni di Zinga in qualcosa di più gustoso di una presa in giro 

E’ difficile dire dove porteranno le dimissioni che ieri pomeriggio ha presentato il segretario del Pd Nicola Zingaretti. E’ possibile, come sostiene un suo consigliere fidato, che Zingaretti voglia cambiare aria, organizzando un suo vaffa day contro le correnti del Pd, ma è anche possibile che Zingaretti scelga una via diversa, più leguleia, più correntizia, facendosi rivotare la prossima settimana all’assemblea del Pd (dove ha la maggioranza assoluta), per sbarrare la strada ai suoi avversari (Bonaccini) e rinviare nel tempo la conta nel partito (ma a chi glielo ha chiesti ieri Zingaretti ha detto che le dimissioni sono “irrevocabili”).

 

Il destino del segretario dimissionario del Pd è certamente interessante – Zingaretti ha portato il Pd a fare quello che doveva fare a prescindere da ciò che Zingaretti avrebbe voluto far fare al Pd. Ma ancora più interessante è provare a capire in che modo la stagione del reset imposta dall’arrivo sulla scena di Mario Draghi (da un 4 marzo all’altro: tre anni fa le elezioni che cambiano l'Italia, tre anni dopo il premier che cambia i partiti) possa avere sul Pd un effetto benefico rispetto al suo futuro, al suo orizzonte, al suo destino e alla sua identità. Il disorientamento mostrato dal Pd dinnanzi al governo ha due origini diverse che spiegano bene il paradosso di fronte a cui si è trovato il Partito democratico all’indomani della nascita dell’esecutivo Draghi (l’agenda del governo è molto simile a quella che ha il Pd, ma tra tutti i partiti che sostengono Draghi il Pd è stato quello che finora ha abbracciato l’agenda Draghi con più timidezza di tutti).

 

La prima ragione del disorientamento ha a che fare con la trasformazione dell’algoritmo della Lega: l’identità del Pd è stata costruita in contrapposizione a quella della Lega, ma di fronte alla svolta europeista del partito di Salvini è evidente che per il Pd non è più pensabile essere prima di tutto l’argine democratico contro l’anti europeismo del centrodestra. La seconda ragione del disorientamento ha a che fare con la trasformazione dell’algoritmo del M5s: l’identità del Pd è stata costruita immaginando che potesse essere Giuseppe Conte a federare alle elezioni il Pd con il M5s (“Conte è il nostro Bearzot”) ma di fronte alla possibilità concreta che Conte (come ha detto Grillo) diventi il capo del M5s è evidente che per il Pd sia inevitabile chiedersi come provare a essere competitivo e non solo complementare nei confronti di un partito guidato dal suo “Bearzot”.

 

Per questo, al netto della leadership di Zingaretti, che resta un leader non leader e che però anche grazie alla guida dal Quirinale (e al motorino di Renzi) ha portato in due anni il Pd dall’essere il partito d’opposizione del governo gialloverde all’essere il perno di una grande coalizione guidata da Draghi, ciò che oggi dovrebbe essere innescato dalle dimissioni di Zingaretti è qualcosa che riguarda non la riorganizzazione delle correnti ma la ricostruzione del Pd. Ricostruzione che non può che avvenire seguendo due direttrici chiare: fare del Partito democratico il principale sostenitore dell’agenda Draghi, senza vergogna, senza imbarazzi, senza balbettare, senza regalare le larghe intese al centrodestra, e contestualmente fare uno sforzo per uscire dalla stagione degli anti (anti Salvini, anti Renzi) e fare del Pd una grande tenda, come si sarebbe detto un tempo, capace di accogliere tutte le forze europeiste che non si riconoscono in una destra guidata da Salvini e Meloni. Per farlo, bisogna aprire. Per farlo, bisogna osare. Per farlo, bisogna uscire dallo status quo. Per farlo, bisogna creare competizione interna. Per farlo, bisogna trasformare le dimissioni di Zingaretti non in una semplice sceneggiata ma in un’occasione per riaprire il Pd provando a far rientrare tutti coloro che in questi anni sono scappati via: da Matteo Renzi a Pier Luigi Bersani. La vocazione maggioritaria si ricostruisce non inseguendo il modello spezzatino ma mettendo insieme tutto il meglio che il mondo progressista è in grado di offrire. La vera sfida del Pd, leadership a parte, oggi è questa: scegliere cosa essere tra il partito dei vecchi caminetti e il partito dei nuovi Draghi. Al Pd serve questo, non una sceneggiata.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.