(foto Ansa)

Decaro e l'assalto al cielo dem della sinistra municipale

Michele De Feudis

Il sindaco di Bari e presidente dell'Anci si è tuffato nell'agone simil-congressuale del Pd. Ex calciatore, vuole scalare i dem con un mix di pragmatismo e buonismo

    "La sinistra municipale all’assalto della segreteria”. Circola questa battuta in Puglia dopo la discesa in campo del sindaco di Bari (e presidente Anci) Antonio Decaro nell’agone simil-precongressuale con una intervista a Repubblica. Il rapporto di Decaro con il Pd è sempre stato caratterizzato da sottofondo di intermittenza. Non appartiene alle due famiglie (Pci e Dc) che hanno fondato il partito: è di estrazione socialista, figlioccio del senatore Alberto Tedesco, il padre Giovanni era stato assessore comunale negli anni ottanta con il Psi. Poi ha sempre avuto una grande attenzione nel dribblare le grandi contrapposizioni che hanno caratterizzato l’arcipelago dem pugliese. Nel 2009, quando le scintille tra l’area dalemiana e gli emilianisti erano ricorrenti, stava per essere candidato segretario regionale, ma alla fine Massimo D’Alema gli preferì, al termine di un incontro in un albergo cittadino, Sergio Blasi, intellettuale e fondatore della Notte della Taranta. Antonio non fu certo deluso, ma anzi sollevato.

     

    Per il suo ex mentore, Tedesco, ha una tendenza proteiforme, sintetizzata così in una vecchia intervista: Decaro “ha esordito da socialista e si è presto allineato al qualunquismo di stampo “Emiliano”. Ha appoggiato Bersani contro Renzi, è diventato parlamentare grazie a D’Alema, ha votato contro Prodi e Marini nella sua breve parentesi civatiana, per poi saltare sul carro trionfale di Renzi”.

     

    Nell’ultimo congresso dem è stato zingarettiano. Classe 1970, ingegnere dell’Anas e prima dell’Acquedotto pugliese, residente nel quartiere meridionale di Torre a Mare (da sempre feudo del garofano), è entrato in politica come assessore tecnico della prima giunta Emiliano: aveva la delega al traffico e stupì tutti con l’introduzione dei “park and ride” per decongestionare il centro cittadino. Per i baresi fu quasi una rivoluzione copernicana, della quale gli sono ancora grati. Nel 2010 si candidò alle regionali e ottenne un altro plebiscito (con i voti socialisti), diventando poi capogruppo. Nel 2013 il salto a Roma, la simpatia per Pippo Civati, l’innamoramento con la nouvelle ecole renziana, e la nascita delle grandi amicizie con il leader fiorentino, Luca Lotti e Maria Elena Boschi. Nel 2014 il premier lo indicò d’imperio come sindaco di Bari, e Antonio accettò malvolentieri (venne Maria Elena a fare uno spot elettorale leggendario sul lungomare con birra e focaccia), salvo scoprire il piacere pragmatico della poltiica amministrativa (ha una conoscenza enciclopedica di delibere e buche da colmare della città). Dopo il primo mandato, conquistato contro l’ex manager degli Aeroporti di Puglia Mimmo Di Paola con il 65% dei voti al ballottaggio, ha ottenuto il bis al primo turno contro l’ex dem Pasquale Di Rella, messo in campo da un centrodestra allo sbaraglio.

     

    Tifoso del Bari, in gioventù aspirava a una carriera da calciatore: "Ho giocato centravanti solo una partita. Poi il tecnico Mimmo Ranieri (comunista come Renzo Ulivieri, ndr) mi ha valutato meglio e mi ha relegato tra le riserve”. La passione per il pallone la vive però con il suo cerchio magico, nel quale brilla Giovanni Sasso, spin doctor barese di Renzi a Palazzo Chigi e fondatore dell’agenzia Proforma: Sasso è il vero intellettuale organico al “decarismo”, ideatore di video situazionisti, tra pop e lacrimucce, che hanno trasformato Antonio in un eroe anticovid, finito addirittura nei tg cinesi.

     

    Il Decaro pensiero? E’ un mix di pragmatismo, renderingcrazia (per l’overdose di slide e progetti futuri) e buonismo (è molto attento ai temi arcobaleno), che fa da contraltare al decisionismo con cui governa i suoi percorsi e l’impegno nel partito. Nel 2019, mentre Renzi allestiva la navicella di Italia Viva, fece un passo indietro: "Da tempo non mi occupo più di questioni politiche di carattere nazionale. Faccio il presidente dell'Anci, rappresento tutti i sindaci”. Ora ne fa due avanti, forte anche del sostegno diffuso di tutte le fasce tricolori dem d’Italia, e di un dato localistico: Michele Emiliano si è dichiarato pronto a correre per il terzo mandato da governatore, precludendo il salto di Decaro alla presidenza della Regione.

     

    In questo quadro, sindaco di una città storicamente di destra (che eleggeva con percentuali bulgare al Senato per otto legislature consecutive l’ex podestà Araldo di Crollalanza, nel Msi), viene votato trasversalmente dal blocco economico della città, dai progressisti e da tantissimi giovani, sedotti dal suo approccio post-ideologico. Da qui l’accenno su Repubblica alla necessità di dare un perimetro ideale al Pd, che superi gli angusti confini di una cosa rossa con tinte sbiadite riformiste. A differenza dei leader della correnti nazionali dem, non ha paura delle urne, anche perché in questi anni ha realizzato una connessione sentimentale con il popolo pugliese solidissima, caratterizzata anche da una forte sensibilità ambientalista. Sulla sicurezza ha posizioni simili a quelle di Stefano Bonaccini, governatore emiliano in grado di temperare in campagna elettorale l’ipersensibilità della sinistra per i migranti. Decaro sente di dover dare risposte anche ai progressisti che hanno timore di una immigrazione incontrollata e non a caso non ha contestato frontalmente i decreti sicurezza di Salvini (“Lì - commentò - ci sono temi che abbiamo sostenuto anche noi, come sulla sicurezza urbana: una evoluzione del decreto Minniti, una formula che ci ha consentito di applicare il Daspo urbano contro parcheggiatori abusivi o spacciatori”).

     

    La sua prima tessera politica l’ha fatta con i dem, partito che ha messo d’accordo le varie anime della sua famiglia: "Il Pd ha risolto i problemi a casa mettendo d’accordo mio padre socialista, la famiglia di mia madre comunista e quella di mio zio democristiano, che aveva sposato la nipote del parroco”. Ora si lancia sulla scena nazionale, forte del primato-record di un doppio mandato da presidente Anci. Bari gli sta ormai davvero troppo stretta.