Movimenti democratici

Nella testa del Pd (e di Andrea Orlando). Verso il congresso. E' già battaglia

La direzione, la questione donne, il nodo vicesegretario

Carmelo Caruso

Il ruolo di Andrea Orlando. Lascerà il ruolo di vice? C'è chi pensa che possa candidarsi a segretario. Al suo posto l'ipotesi di due donne che intanto lanciano un'offensiva: cambiare lo statuto Pd sulla presenza di genere

Roma. Gli chiederanno di dimettersi da vicesegretario ma prevedono per lui la corsa alla segreteria: l’uscita che prepara la nuova entrata. E dicono che a volere il passo indietro di Andrea Orlando non siano le donne, che non accettano la vicesegreteria come compensazione, ma gli uomini del Pd che non la pensano come lui. Oggi pomeriggio, quando si riunirà la direzione del partito, nessuno solleverà l’incompatibilità del vicesegretario e ministro del Lavoro, ma solo perché il 13 e il 14 marzo ci sarà l’assemblea nazionale che è l’occasione di parlare di tutti i torti della storia.

 

A cosa servirebbe il suo “necessario e scontato” passo indietro? “A farlo venire avanti” rispondono i parlamentari riformisti che lo conoscono e che gli riconoscono l’aggressività che lamentano mancare a Nicola Zingaretti. Ieri, ed è la prova che non è pigrizia giornalistica scrivere che il congresso del Pd è iniziato, chi era contro il segretario scommetteva sulla sua prossima debolezza: “Orlando è l’uomo mappa di Zingaretti. Senza la mappa cosa fa l’uomo Nicola?”.

 

Ma c’era pure chi ricordava tutte le volte che Zingaretti è stato messo in difficoltà dalle prese di posizione di Orlando. Chi fa più bene a chi? C’è in questo partito qualcosa che lo rende davvero l’ultimo grande partito rimasto. E’ il partito della legge dinamica. Ogni azione produce una reazione uguale e contraria. La feroce battaglia scoppiata in Toscana fra la segretaria regionale Simona Bonafè e il suo vice Valerio Fabiani (uscito in dissenso) viene raccontata come “Il grande Gioco” nell’India di Kipling. Fabiani non è classificato tanto come zingarettiano ma come una colonna di Orlando. E dunque lo strappo di uno diventa l’avviso dell’altro. I movimenti di Stefano Bonaccini sulle riaperture dei ristoranti sarebbero invece gli ingredienti della sua ricetta da candidato segretario. Si dice da tempo che potrebbe correre e potrebbe farlo insieme ad Anna Ascani. Come si dice che Orlando, se tutto dovesse precipitare, possa presentarsi fra un anno in ticket con una parlamentare combattiva.

 

Pure la nomina di Tommaso Nannicini a presidente della commissione vigilanza Enti previdenziali è stata letta come un tentativo di moderare le spinte socialiste del ministro. Una mossa contro le sue mosse. Si finisce quindi per trascurare sul serio la ragione per cui è stata  convocata la direzione e che riguarda quella ferita, l’assenza di ministre democratiche, che è quanto di peggio può essere detto di un partito progressista. Oggi pomeriggio approderà un ordine del giorno a firma di Titti Di Salvo dove si chiede di inserire nello statuto del Pd un vincolo. Prevede la presenza del 50 per cento di donne non solo negli organismi ma anche nelle delegazioni. E’ un modo per evitare che quanto accaduto si ripeta. Ma a Zingaretti verrà chiesto anche di istituire un osservatorio sull’impatto di genere delle scelte, la rotazione degli incarichi, di promuovere una campagna nei circoli, un viaggio per parlare delle realtà delle donne in Italia. Non è una lotta di quote e non si risolverà con il risarcimento. Il ministero che volevano le donne del Pd era proprio quello di Orlando, quello del Lavoro, che Orlando ha accettato malgrado preferisse quello dell’Ambiente che ha sempre ritenuto il suo vero ministero.

 

Un giorno si dovrà provare a spiegare che il Pd è il partito delle belle scontentezze. Il posto liberato da Orlando, da vicesegretario, non è la soluzione che risolve la questione di genere. Se lascerà, il problema non potrà che essere questo: una o due vicesegretarie? A rappresentare la minoranza sarebbe Deborah Serracchiani. L’altra potrebbe essere Cecilia D’Elia che però dovrebbe dimettersi da portavoce della conferenza nazionale delle donne democratiche e dalla segreteria nazionale. Non è vero che nel Pd si litiga. Il guaio, come la forza, è che è il partito della “parola”.

Di più su questi argomenti:
  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio