Moratti e i vaccini presi per il pil

I quattro parametri individuati dall'assessore lombardo al Welfare non seguono alcuna logica epidemiologica. Indicano semplicemente l'identikit della regione Lombardia, ma "prima i lombardi" è un criterio ingiustificabile e inaccettabile
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20 JAN 21
Ultimo aggiornamento: 05:05 AM
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Si direbbe che la toppa è peggio del buco. “Non ho mai pensato di declinare vaccini e reddito: il pil è un indicatore economico che attesta l’attività in una regione che è il motore dell’Italia. In questo senso la regione ha la necessità di essere tenuta in considerazione, non parlo di piano vaccini ma di zona rossa”, ha dichiarato il neo assessore al Welfare della regione Lombardia Letizia Moratti dopo le polemiche suscitate dalla sua lettera al commissario Domenico Arcuri in cui proponeva di ripartire i vaccini anti Covid tenendo in considerazione altri criteri tra i quali il contributo di una regione al pil. Gli altri tre sono: mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus.
Prima delle considerazioni sui criteri per la distribuzione del vaccino, partiamo dall’ultima precisazione. Perché mostra che forse l’assessore al Welfare non ha ben compreso come funzioni e a cosa serva una zona rossa. Il fatto che la Lombardia sia “il motore economico dell’Italia” cosa dovrebbe implicare? Che non andrebbe imposta una zona rossa? E perché mai? Evidentemente al fondo c’è la concezione che le misure restrittive abbiano come unica conseguenza la perdita di attività economica. Ma non si considerano gli effetti dell’alternativa. Una zona rossa prima che sia troppo tardi – come purtroppo abbiamo visto durante la prima ondata – potrebbe servire proprio a salvaguardare le attività produttive da danni peggiori provocati dal dilagare dell’epidemia. Se la regione Lombardia riesce a tenere basso l’indice Rt contenendo il virus non c’è bisogno della zona rossa, altrimenti diventa inevitabile. Economia e salute non sono in conflitto e non c’è alcun motivo logico per ritenere che, per quanto il pil lombardo sia più elevato, ciò debba comportare decisioni di politica sanitaria differenti rispetto ad altre regioni.
Ma l’uscita della Moratti presenta diverse incoerenze anche rispetto al tema della distribuzione del vaccino. E non solo per il riferimento al pil, che ha suscitato le critiche più feroci. Innanzitutto, dal punto di vista formale ha poco senso chiedere al Commissario straordinario l’assegnazione delle dosi secondo criteri diversi da quelli stabiliti nel “Piano strategico”, perché Arcuri non ha il potere di discostarsi dalle linee guida presentate dal ministro della Salute Roberto Speranza e approvate dal Parlamento. Sul lato sostanziale, invece, il criterio della suddivisione delle dosi in base alla popolazione ha il pregio di essere semplice, intuitivo ed essere percepito come equo. Non a caso è quello che l’Unione europea ha usato per la ripartizione delle dosi tra gli stati membri, senza polemiche da parte di nessuno. Lo stesso si può dire per la lista delle priorità, che è più o meno simile in tutto il mondo: operatori sanitari, ospiti delle Rsa, over 80, persone con comorbidità e fragilità, lavoratori dei servizi essenziali e poi a scalare in base all’età. Discostarsi da questi criteri è possibile nel caso in cui ne vengano presentati altri che dimostrino un impatto maggiore sul benessere sociale. Ma che senso ha indicare come priorità “densità” e “zone colpite dal virus”? Se il primo criterio suggerisce una strategia che punta a ridurre la trasmissione del virus, il secondo che logica ha? Se usiamo il criterio della mobilità, magari le zone più colpite dal virus sono anche quelle dove ora la trasmissione è più bassa e dove l’immunizzazione naturale è più alta.
Ciò che c’è di più ipocrita e scorretto non è tanto che la regione Lombardia chieda di cambiare i criteri della ripartizione regionale delle dosi, ma il fatto che poi la Lombardia applichi nel suo territorio esattamente le priorità stabilite dal governo: prima operatori sanitari, ospiti delle Rsa e anziani. Se fosse coerente, la Lombardia dovrebbe far vaccinare nella sua regione prima i giovani rispetto agli anziani (mobilità), prima Milano di Bergamo (reddito), prima la Brianza della Val Seriana (densità), ma anche prima Bergamo e la Val Seriana prima di qualsiasi altra area (zone colpite dal virus). In realtà i quattro parametri individuati dalla Moratti non seguono alcuna logica epidemiologica, ma indicano semplicemente l’identikit della Lombardia. La priorità è quindi, sinteticamente, “prima i lombardi”. E questo è un criterio tribale davvero inaccettabile e ingiustificabile.