Bentistà

Perché i riformisti devono abituarsi ai tempi lunghi della pianura

Marco Bentivogli

Bisogna recuperare la fatica di pensieri più lunghi e profondi e alzare il livello del confronto politico. Soprattutto, coltivare la libertà interiore di restare fuori dalle diatribe

Il tempo è memoria del passato e anticipazione del futuro. Spesso è qualcosa di più complicato rispetto a quello indicato dagli orologi. Nel suo ultimo libro, “L’ordine del tempo”, Carlo Rovelli aiuta a capire la complessità del suo scorrere e la parzialità della fisica nel descriverlo, servono anche discipline diverse. Il tempo è qualcosa di stratificato e non funziona nella maniera in cui siamo abituati. Sulla Terra il tempo va più veloce in montagna e più lento in pianura, si tratta di differenze misurabili, che si collocano in grandezze di millisecondo prendendo in considerazione la durata media della vita umana. In fondo questo è il motivo per cui le cose cascano. Io posso ripensare alla gravità non come una forza che tira, ma come tempo che va a velocità diverse, e in questo senso la teoria della relatività generale di Einstein in questi cento anni non ha fatto che ricevere conferme sempre più importanti.

 

La vita dei riformisti, oggi, è ancora più dura perché vivono un tempo non più scandito dai percorsi della montagna ma da quelli lenti di pianura. La cima è un obiettivo chiaro, ogni passo fa salire rispetto al precedente e il tempo va più veloce. Ma oggi un riformista deve abituarsi alla lunga attraversata della pianura, spesso del deserto, dove sfugge anche il gradualismo di una volta perché tutto sembra immutabile, gli obiettivi sono lontani e sfocati e il tempo scorre lentissimo. Il grande Ezio Tarantelli diceva: “Abbiate fiducia, le persone alla fine capiscono sempre”. Intendeva, sanno distinguere chi propone strade impervie, magari impopolari, ma utili e oneste con gli altri e con sé stessi, dai demagoghi di ogni epoca. Il problema è che sembra dilatarsi la durata di quel “alla fine”. Gli orizzonti della politica sono quotidiani, anche più corti talvolta. Sono fatti di annunci, scontri personali, delegittimazione. Agli autentici riformisti serve, ancora di più, quella libertà interiore per restare fuori dalle diatribe, dalla necessità di partecipare al “battutificio”, e come diceva Gelmino Ottaviani, delegato Fim della Riello bruciatori, in “Cipolle e libertà”, un po’ più di senso del limite. Il narcisismo andrebbe temperato con la comprensione della nostra parzialità. E che a noi è riservato solo un pezzo di strada perché un progetto umano che ha davvero senso investe più generazioni, capaci di passarsi il testimone. Bisogna recuperare la fatica di pensieri più lunghi e profondi e alzare il livello del confronto politico. Il discorso pubblico italiano è avvelenato da una polarizzazione che si gioca su un campo talmente mediocre da uccidere ogni dialettica politica sana e da scoraggiare le persone di buona volontà. Lo stesso Parlamento è visto come un miraggio per sistemarsi e non come un luogo fondamentale della nostra democrazia e soprattutto come occasione per servire il paese.

 

Tutti adorano la nostra Costituzione ma nessuno si schernisce per la marginalizzazione che il lavoro parlamentare e il ruolo del Parlamento stanno subendo. Federico Caffè riteneva che i riformisti necessitassero di rigore, applicazione, capacità di approfondimento, creatività e, soprattutto, il gusto per il dubbio sistematico. Lo dice una persona che a volte la perde, ma sa che il riformista deve avere pazienza. Non è mai stato vero come lo è oggi, in un’epoca in cui di presunti keynesiani (che Keynes non l’hanno mai letto) forniscono le argomentazioni teoriche per trasformare l’Italia nel Sussidistan pensando che tutto il debito sia “buono”. Dimenticano, questi autoproclamati keynesiani, che egli per l’appunto in un discorso intitolato “Prospettive economiche per i nostri nipoti” diceva: “Voglio affermare che entrambi i contrapposti errori di pessimismo, che sollevano oggi tanto rumore nel mondo, si dimostreranno errati nel corso della nostra stessa generazione: il pessimismo dei rivoluzionari, i quali pensano che le cose vadano tanto male che nulla possa salvarci se non il rovesciamento violento; e il pessimismo dei reazionari, i quali ritengono che l’equilibrio della nostra vita economica e sociale sia troppo precario per permetterci di rischiare nuovi esperimenti”. Lo slogan deve essere “dare una mano”. Soprattutto a favorire la rinascita delle passioni politiche perché non esiste una democrazia sostanziale capace di nutrirsi solo di ambizione, potere e narcisismo. Papa Francesco dice in Evangelii Gaudium, il tempo è superiore allo spazio, il futuro è conseguenza del presente. Ciò che siamo in grado di mettere in campo oggi determinerà il nostro domani. Sono le parole più forti per ridare a ciascuno un ruolo, uno spazio generativo sotto la voce “che posso fare per il mio paese” che in fondo è l’unica molla per battere la sbornia populista.

 

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