Il coronavirus si porta via anche Gaetano Rebecchini

Marina Valensise

Figlio di Salvatore, che nel dopoguerra fu per dieci anni sindaco Dc di Roma, contribuì alla fondazione di An. È stato paladino dei valori cristiani e difensore senza condizioni della libertà e della responsabilità dell’uomo

Se n’è andato colpito dal coronavirus anche Gaetano Rebecchini, Gaetanone, l’ultimo patriarca della celebre famiglia romana. Scompare con lui un personaggio quasi leggendario nella vita pubblica romana, e non solo. Esponente della famiglia di costruttori romani, era nato nel 1924, figlio di Salvatore Rebecchini, che per dieci anni fu nel dopoguerra sindaco democristiano di Roma. Ingegnere, titolare dello studio professionale di famiglia, sposo felice di Marilù d’Amelio, padre esemplare di cinque figli adorati, nonno di una schiera di nipoti, e punto di riferimenti di tanti amici giovani e meno giovani, per decenni, è stato l’instancabile animatore di  battaglie culturali importanti. E fino all’ultimo, senza mai lasciarsi fiaccare dal peso degli anni o dal disarmo della senescenza, voleva capire, partecipare, vivere in somma prima linea le vicende politiche  del suo tempo. Ancora l’estate scorsa, nella  bella casa di Cortina d’Ampezzo, circondato da figli, nuore, nipoti e da un nugolo di amici, si appassionava sulle sorti della nuova alleanza pentastellata del governo Conte, che dopo lo psicodramma dei pieni poteri del Ministro degli Interni al Papeete, aveva scalzato la Lega  sostituendole il Pd.

 

Organizzatore di cenacoli di prim’ordine, di convegni di alto  profilo, che grazie a lui  facevano convergere nella galleria di Palazzo Colonna eminenze vaticane e pensatori della laicità, Gaetano Rebecchini è stato uno degli ultimi paladino dei valori cristiani, e  il difensore senza condizioni della libertà e della responsabilità dell’uomo. Negli anni Settanta, col fratello Filippo fondò una delle prime emittenti private romane, Tele Roma Europa. Vide nascere da vicino il talento mediatico di Silvio Berlusconi, seguendone ammirato la crescita esponenziale. Ricordo ancora quando in uno dei tanti convivi offerti con la moglie Marilù nel loro attico affacciato sulla cupola di San Pietro, fra artisti d’avanguardia, mosaici fatti a mano, politici e cardinali, banchieri e giornalisti di grido, si divertiva a rievocare con un misto di ingenuità e di stupita ammirazione le epiche telefonate dirette dall’inventore di Milano 2 alle segretarie dei suoi potenziali investitore, per ingraziarsele a dovere.

 

Perché Gaetano Rebecchini, oltre alle tante doti empatia naturale e di generosità umana, aveva quella oggi sempre più rara dell’autentico animale sociale, del cittadino impegnato in prima linea, aperto ai fermenti sociali, sensibile a intercettarne la portata, e se del caso a orientarne le scelte in funzione delle proprie convinzioni e di valori non negoziabili. Nel gennaio 1994, lui che era un conservatore classico esponente del notabiliato democristiano, cresciuto sotto l’egida di Santa Romana Chiesa, tant’è che nel 1991 entrò nella Sacra Consulta, e vent’anni dopo divenne consigliere di Stato della città del Vaticano, decise col neo-monarchico Domenico Fisichella e col liberale Gustavo Selva di partecipare alla fondazione di Alleanza nazionale, la nuova formazione nata dalle ceneri del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale, che grazie a Berlusconi, avrebbe traghettato nell’area di governo la destra post-fascista, ponendo fine a cinquant’anni di esclusione, in forza del così detto “arco costituzionale”. “Noi ci sentiamo eredi e cultori della civiltà romana e di quella cristiana, che ha il suo fondamento nel messaggio portato a Roma da Pietro e diffuso in Occidente e nel mondo intero”, scrisse egli stesso nel paragrafo inserito nel 1995 fra le tesi del congresso di Fiuggi. Presidente della Consulta per i problemi etico-religiosi di An, ne uscì dieci anni dopo in aperto dissenso con Gianfranco Fini per il referendum sulla procreazione assistita. Da allora, non ha fatto altro che tentare di contrastare la deriva relativistica della destra italiana, sino a doverne constatare la rovina. Un altro grande, un altro amico speciale, che ci mancherà.

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