cerca

Critica della trasparenza pura. Teoria e pratica da Kant ai Cinque stelle

Il comandamento di non aver nulla da nascondere trova la propria declinazione politica negli ideali grillini di verifica online, smascheramento delle magagne altrui, o-ne-stà, eccetera. Nel politico la franchezza prevale sulla veridicità

29 Settembre 2019 alle 06:00

Critica della trasparenza pura. Teoria e pratica da Kant ai Cinque stelle

foto LaPresse

Ero lì che meditavo sulle contraddizioni del Movimento 5 stelle quando mi è miracolosamente giunta in soccorso una polemica del 1797 fra Kant e Benjamin Constant. Com’è noto, il passaggio da un governo Conte all’altro ha creato un’impasse teoretica: o il Movimento mentiva quando sosteneva le idee della Lega o mente adesso sostenendo quelle opposte del Pd. Di per sé non sarebbe nulla di grave, ordinaria politica, se il Movimento non fosse la massima espressione dell’ideologia della trasparenza che caratterizza quest’epoca. Al principio astratto dell’obbligo alla trasparenza possono infatti essere ricondotti fenomeni contemporanei difformi, quali la condivisione del privato sui social, la smania per le intercettazioni, le confessioni e le rivelazioni dei vip, i reality show e le telecamere nascoste, l’ostensione per i sentimenti, l’ossessione per note spese e cartellini, il sospetto che ci sia sempre qualcosa sotto, il rimpiattino con cui ci si rinfaccia le fake news. Il comandamento di non aver nulla da nascondere trova la propria declinazione politica negli ideali grillini di verifica online, smascheramento delle magagne altrui, o-ne-stà, eccetera. Il Movimento si è presentato all’agone politico, a partire dal primissimo Vaffa Day, come partito della veridicità; sostenerlo implica dunque l’adesione a questo principio astratto.

 

E’ meno noto – ma si può studiarlo su una gradevole antologia appena pubblicata da Raffaello Cortina editore: Immanuel Kant, “Bisogna sempre dire la verità?” – che la trasparenza così come la intendiamo oggi affonda le radici nel pensiero kantiano. Nell’introduzione al volumetto, l’ottimo Andrea Tagliapietra spiega che per Kant la trasparenza si esprime in due maniere sorelle. Dal versante della conoscenza, si manifesta nell’universalità, ed è la parte della “Critica della ragion pura” che abbiamo studiato al liceo e che lasciamo perdere. Dal versante del diritto, invece, la trasparenza si rifà alla “pubblicità”, ossia a quell’interesse collettivo che non va infranto con azioni individuali. Se non che l’uomo, con tutti i suoi difetti e la sua conoscenza fallace, secondo Kant è dotato alla nascita di una “interiore doppiezza” che lo rende “non del tutto trasparente”. Il dire la verità, pertanto, è frutto di uno sforzo e si divide in due aspetti a sua volta: la franchezza (“apertura del cuore” nell’originale tedesco), che consiste nel dire tutto ciò che si pensa e che Kant trova inattingibile se non eccessiva (non aveva mai visto una bacheca Facebook); e la veridicità, ossia la prescrizione morale di non mentire ma di pensare tutto ciò che si dice.

 

Questi sommi capi di note e lezioni di Kant sull’argomento bastano a notare che, oggi, la statura politica viene stabilita per acclamazione popolare in base all’appiattimento della veridicità sulla franchezza. Significa insomma che viene ritenuto più credibile il politico più franco, che parla come mangia, o anche come rutta; mentre un politico che venga smascherato (o asfaltato, nel gergo del clickbaiting) in una contraddizione perde non solo la dignità ma anche il riconoscimento della sua capacità.

 

Tale ideologia postula dunque che la verità sia il criterio di misurazione della politica e, in generale, della vita sociale che connota le comunità; il presupposto è che non si debba mentire mai. Benjamin Constant, tuttavia, non era convinto. In un articolo militante dei tempi del Direttorio (“Des raisons politiques”, incluso nell’antologia) argomenta all’inverso che, se si seguissero solo principii astratti, la società sarebbe impossibile: infatti “al vantaggio di approfondire le opinioni, si aggiungerebbe quello di dimenticare gli uomini”. Al riguardo fa l’esempio di principii di grande attualità allora come ora, l’eguaglianza contro i privilegi e la democrazia diretta contro la rappresentanza; ma soprattutto quello del dire la verità. Sempre, anche a costo della vita di qualcuno, come vorrebbe un non specificato “filosofo tedesco”. Secondo Constant invece i principii, derivando da fatti che hanno ingenerato convinzioni, devono essere sempre adeguati alle circostanze, e dire la verità è “un dovere solo in rapporto ha chi ha diritto alla verità: nessun uomo ha diritto a una verità che noccia agli altri”.

 

Il testo viene tradotto oltreconfine: Kant lo legge e si arrabbia. Non lo sfiora il sospetto che il filosofo tedesco menzionato da Constant sia in realtà l’oscuro Michaelis, che aveva avanzato l’esempio citato nell’articolo. Il punto è che per Kant la veridicità è “un dovere formale nei confronti di tutti”, quindi la benché minima deviazione danneggia, se non qualcuno in particolare, l’umanità in generale. Le conseguenze sono estreme. E’ la delega della veridicità, secondo Kant, a far crollare la società, poiché ne renderebbe “vacillante e insostenibile” la legge e perché così “decadrebbe ogni valore delle relazioni sociali”. Inoltre il fatto che la veridicità sia un “dovere assoluto, incondizionato” comporta che non sia mai “il diritto a conformarsi alla politica ma la politica a conformarsi al diritto”. Non solo: chiunque consideri la questione della liceità di mentire è perciò stesso un mentitore, in quanto “mostra di non condividere la veridicità come un dovere in sé stesso”; mentre chi ritiene di mentire a fin di bene non considera che “la felicità altrui non costituisce una ragione”.

 

Gli ideali kantiani inseguiti oggi dalla nostra continua pretesa di verità assoluta sono indubbiamente nobili. Lo spiega lui stesso, dicendo che il mentitore ha il torto di frustrare il desiderio di conoscenza dell’uomo e contravviene all’idea che “se gli uomini fossero buoni, nessuno avrebbe ragione di essere reticente”. Invece il comandamento di non mentire, applicato a tappeto, “garantirebbe la pace perpetua e la metterebbe al sicuro per sempre”. Questa è la teoria. La pratica è che Kant ricevette l’accorata lettera di un’ammiratrice, la marchesa Maria von Herbert: costei aveva seguito il principio kantiano e aveva rivelato un peccadillo al fidanzato che, pur serbando amicizia nei suoi confronti, ritenne terminato l’amore. Kant rispose approvando l’operato della marchesa e consolandola con la prospettiva che la sua trasparenza avrebbe viepiù incrementato il sentimento provato dal suo ex. Qualche tempo dopo, la marchesa si gettò nella Drava.

Antonio Gurrado

Antonio Gurrado (1980) vive a Milano dopo essere vissuto a Gravina in Puglia, Pavia, Napoli, Modena e Oxford. Ha pubblicato il saggio “La religione dominante. Voltaire e le implicazioni politiche della teocrazia ebraica” (Rubbettino) e il romanzo “Ho visto Maradona” (Ediciclo). Scrive sul Foglio dal 2009.

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Cacciapuoti

    29 Settembre 2019 - 17:05

    Ci vuole un gran fegato per discettare così tanto di fricchettoni...

    Report

    Rispondi

  • Giovanni

    29 Settembre 2019 - 17:05

    La questione è in realtà assai più antica di Kant. Qualcuno sostiene che l'obbligo del dire la verità sempre e a qualunque costo venga dalle regole Luterane ma altri sostengono risalga addirittura alle regole delle antiche tribù norrene e sassoni.

    Report

    Rispondi

Servizi