I treni persi del Veneto

Giuseppe De Filippi

Là dove la Lega c’era prima di Salvini, ma sul Capitano avevano scommesso, ora c’è aria di abbandono. Resta Zaia

Là dove erano leghisti prima di Bossi e sceriffi prima di Salvini, e tuttavia sempre perdevano i treni, ora sono sgomenti. Perché poi da loro, in Veneto, prima gli italiani sì. E anche chissenefrega di gran parte degli altri italiani. Oppure per la minoranza, che una volta qui era maggioranza, di cattolici solidaristi: altroché prima gli italiani, c’era da aiutare tanta gente, italiani e non, e c’era da mettere in pratica davvero le cose che Salvini sa solo mimare, e sconciamente, quando agita simboli religiosi. Però col centrodestra tradizionale si erano trovati un po’ tutti, tolta Venezia con la sua storia politica separata. 

 

Là in Veneto avevano eletto sindaci sceriffi e presidenti di Regione forzisti e apparentemente fattivi, oppure leghisti esperti, con conoscenza della politica nazionale e con peso nel partito, mentre covavano, ma sempre si tenevano a bada, le antipatie e perfino il rancore della Liga verso la Lega, ovvero dei veneti sempre meno importanti verso i lombardi sempre in prima fila.

 

Ora nella regione su cui regna Luca Zaia si erano abituati a questo Matteo Salvini che sembrava pronto a dare almeno seguito al progetto di autonomia chiesto con referendum. Sul fisco erano più prudenti nelle aspettative, anche perché in terra veneta se ne intendono e i conti li sanno fare e poco si aspettavano di fronte a una realtà che conoscono bene. Con le loro ormai scafatissime organizzazioni di impresa, interlocutori duri per tutti i governi, contestatori senza reticenze ma, anche in questo caso, sempre un po’ mazziati senza essere neanche propriamente cornuti. E con la loro fame di infrastrutture sempre lasciata insoddisfatta. Adesso non sanno dove guardare, cosa aspettarsi. Hanno consumato una carta politica come quella salviniana, in cui credevano e non credevano ma non potevano non scommetterci. Ma ora sanno, e questo è lo sgomento percepibile in queste giornate di post crisi, che il loro Luca Zaia resta, forse involontariamente, appeso alla zavorra del Capitano e della sua nave che affonda.

 

Un’uscita pubblica di solidarietà da comitato centrale staliniano è stata la reazione di Zaia alla defenestrazione o auto-defenestrazione leghista dalla maggioranza di governo. Forse un ultimo omaggio alla ragion politica per cui i leghisti veneti buttavano giù la protervia dei leghisti lombardi (e ora anche dei nuovi arrivati del Centro-sud). Era, quella capacità di resistere alla marginalizzazione fingendosene felici, un modo di fare politica. però quel modo diventa qualcosa di grottesco adesso che Salvini è solo e debole. Tanto che in questa contraddizione si è gettato il comunque mai ritroso Flavio Tosi (lo intervistiamo oggi in questa pagina). L’ex sindaco (amatissimo almeno a inizio mandato) di Verona detesta Salvini da tempo e ne è ricambiato, ma ora si è preso il gusto di una nota in cui ha rinunciato a ironia o altre forme dialettiche di alleggerimento per menare dritto sui comportamento salviniani, bollati come frutto di una sequenza di tradimenti.

 

Il fatto è, a parte Tosi, che sulla scena veneta questo tipo di considerazioni cominciano a farsi strada anche nel popolo dei salviniani, intesi come elettori. Non ci capiscono più niente, non capiscono che ha combinato il Capitano e su che razza di rappresentanza politica possono ora contare. Soli, abbandonati, gli elettori del centrodestra ora temono un governo che vada nuovamente a colpire con forme di patrimoniale, sulla casa o peggio sugli immobili d’impresa. Dell’autonomia gli interessa neppure troppo, come della sbandierata battaglia sulla sicurezza, che in Veneto, da tempo, è terreno comune di tutte ma proprio tutte le forze politiche. Sono storditi e colpiti, i veneti salviniani, per necessità. Luca Zaia, smettendo la linea della solidarietà obbligata, potrebbe aprire una fase nuova, ma non ne ha ancora il tempo e soprattutto non ne ha l’occasione, a meno di intestarsi una sfida personale. E per quest’ultima possibilità va tenuto d’occhio, anche per i suoi rapporti con la Lega pre salviniana. Ora deve capire cosa succede, per non lasciare alla trucezza di Salvini il monopolio dell’opposizione dopo quello del governo. Anche perché il Salvini d’opposizione certamente radicalizzerà i temi anti europei e a favore dell’uscita dall’euro, cioè tutta roba non proponibile nel tessuto produttivo e sociale veneto. In giro tra salviniani delusi si parla di piazza, di forconi. Il solito repertorio dei leghisti battuti dai leghisti successivi. Il solito pianto sui treni persi.

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