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Orlando: “Non c’è da festeggiare ma ci sono le condizioni per combattere”

Il vicesegretario del Pd dice che serve una riorganizzazione del partito. Con un occhio particolare ai piccoli centri

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allegranti@ilfoglio.it

27 Maggio 2019 alle 02:16

Orlando: “Non c’è da festeggiare ma ci sono le condizioni per combattere”

Roma. “Oggi è successa una cosa molto semplice: non c’è da festeggiare ma ci sono le condizioni per combattere”, dice al Foglio Andrea Orlando, vicesegretario del Pd. “E’ un passo in avanti per niente scontato sulla base del quale c’è da fare un lavoro di riorganizzazione del messaggio. Già in un periodo così breve è stato fatto un lavoro importante”. 

Che cosa intende per “riorganizzazione del messaggio”?

“Dobbiamo occuparci di un partito frammentato, molto conflittuale a livello locale, dove abbiamo fatto fatica a fare la campagna elettorale; tuttavia, queste elezioni potevano essere quelle del cedimento strutturale invece permettono la ripartenza e hanno degli elementi univoci da affrontare. Andiamo meglio nelle grandi città che non nei piccoli centri, nel centro nord che non al sud”.

Perché secondo lei proprio al sud?

“Al sud c’è il tema esplosivo del rinnovamento delle classi dirigenti, della riorganizzazione del partito, della lotta al trasformismo. Però vedo degli spazi. Al sud nelle proiezioni ci danno sulla media che avevamo preso a livello nazionale alle ultime elezioni politiche, circa il 18”. 

Non le sfuggirà che però c’è il problema Piemonte. 

“Il Piemonte è esattamente quel che le dicevo poc’anzi. Il Pd è oltre il 30 per cento a Torino, ma è dietro nei piccoli centri”.

Ma ora al governo che cosa succede?

“Per Conte diventa più difficile il meccanismo di equilibrismo".

Cioè, adesso gli toccherà fare davvero il presidente del Consiglio?

“Mi sembra una scommessa abbastanza improbabile, diciamo”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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Commenti all'articolo

  • Cacciapuoti

    27 Maggio 2019 - 14:02

    per dire qualcosa bisogna pensare andare a raccogliere di straccetti vecchi è incompatibile con il pensiero

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  • AlessandroT

    27 Maggio 2019 - 12:12

    E come al solito quelli del PD si lanciano in analisi incomprensibili e prive di contenuti. Poi si stupiscono che la gente non lo vota più. Degni dei famosi premi Darwin, consegnati idealmente ogni anno a chi è morto nelle maniere più stupide. A chi come me vorrebbe votare a centro sinistra non resta che attendere l'arrivo di un una nuova formazione politica capace di occuparsi dell'Italia invece che dei propri dibattiti interni. In (poca) fiduciosa attesa il mio voto va a Emma Bonino e compagni.

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    • miozzif

      27 Maggio 2019 - 14:02

      Bè forse tra il premio morti stupide c'è quello di votare per perdere, ossia un bel partito che si sa in partenza che non supera quel che serve per ottenere qualcosa. Il minoritarismo per partito preso è patologico.

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  • miozzif

    27 Maggio 2019 - 12:12

    Il Pd crede di essere arrivato finalmente al bipartitismo quando anche nei paesi che da secoli hanno solo due partiti si vedono spuntare nuove formazioni e i vecchi blocchi gemelli perdono pezzi. Il Pd muove alla rincorsa della Lega quando la Lega magari esploderà in minor tempo ancora dei 5s. I più vecchi sono abituati ai partiti ideologici che duravano mezzo secolo almeno, questi sono dei lampi appena. La Lega di Bossi voleva la Padania libera, chi vota Lega oggi segue la moda del Capitano e basta. Dopo un bel po' di respingimenti ti stufi, soprattutto se con quota 100 sei in pensione e ozî. Altro non c'è da credere. Una bella percentuale di modaioli che votò Renzi nel famoso 40% ieri ha votato Lega.

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