Gianluigi paragone (foto LaPresse)

L'Italia è una Repubblica democratica fondata sulle commissioni d'inchiesta

Salvatore Merlo

Mattarella, Di Maio e le banche di Paragone. Non c’è legislatura che prima o poi non avverta quel bisogno urgente, viscerale, per non dire intestinale, di indagare e scoperchiare

Da decenni ci svelano meccanismi, complicità, retroscena. Monumentali relazioni, ciclopiche ricostruzioni, stordenti conclusioni, centinaia e addirittura migliaia di pagine che passano al Vetril ogni mistero e ogni scandalo, ogni fatto solo apparentemente chiaro della storia patria e della cronaca, partendo, diciamo, dalle origini massoniche del Risorgimento per arrivare ai veri e inafferrabili mandanti delle stragi di mafia. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulle commissioni d’inchiesta. Non c’è legislatura, non c’è manipolo di parlamentari e maggioranza di governo che prima o poi non avverta quel bisogno urgente, viscerale, per non dire intestinale, di indagare e scoperchiare. Insomma di volare oltre il lavoro dei magistrati (“quegli inetti, ci pensiamo noi che ne capiamo”), e afferrare così, finalmente, i fili delle verità occulte e negate: la commissione sullo scandalo Lockheed del 1977, sul caso Sindona del 1980, sulla P2 del 1981, sui fondi neri dell’Iri del 1987, sulla Cooperazione per lo sviluppo del 1994, sul presunto scandalo Telekom Serbia nel 2000 e poi la mitologica commissione Mitrokin del 2001: una fiera infinita di audizioni, rivelazioni, botti e pernacchie, di cui non si è capito nulla. Zero. D’altra parte l’anno scorso, dopo appena quarant’anni dai fatti, è stata prodotta la terza relazione “definitiva” (ma mai dire mai) sul rapimento e l’assassinio di Aldo Moro del 1978. E ogni volta, a ogni commissione, ovviamente, anche i fatti che sembravano per una volta certi, risultano invece ancora meglio smentibili, revocabili, tanto da suscitare altri ingarbugliamenti, più fiere sospettosità, vaste nubi di nuovo gas.

   

Quando entrano in campo i nostri parlamentari confusione e pasticcio sono sempre dietro l’angolo. Grazie al loro indefettibile impegno prende piede a poco a poco una sorta di allucinazione collettiva, imparentata con i meccanismi un tempo attivati dalla magia, dalla religione, nonché dall’omino di burro che conduce Pinocchio nel paese dei balocchi. Proprio sicuri che De Gasperi non fosse un agente della Cia e D’Alema del Kgb? Vittorio Emanuele era il figlio del re o dello stalliere? E il bandito Giuliano chi l’ha ucciso? Materiale al più buono a produrre saggistica di quarta categoria, in genere l’unico risultato tangibile delle commissioni parlamentari d’inchiesta.

   

A questo proposito non può sorprendere sapere che l’ultima escogitazione creativa del nostro Parlamento, ovvero la seconda commissione d’inchiesta sul sistema bancario in due anni, sarà guidata dai Cinque stelle, cioè da quegli stessi che mettono in dubbio financo lo sbarco dell’uomo sulla luna. “Li faremo cantare”, ha detto Luigi Di Maio, riferendosi ai vertici di Banca d’Italia, della Consob, ai banchieri reprobi e ai mercanti nel tempio. E dev’essere per queste ragioni canore che nel M5s hanno pensato – ma la Lega non è tanto d’accordo – di affidare la presidenza della commissione a Gianluigi Paragone, già conduttore televisivo della “Gabbia”, oggi senatore, ma soprattutto voce e chitarra del gruppo rock “Scassa-kasta”. Scrive Paragone in un libro elegantemente intitolato “Gang Bank”: “Perché non sopportiamo più i politici? Perché ci rubano i soldi. E allora perché non odiamo i finanzieri? Semplice, perché non abbiamo ancora capito quanti soldi ci fregano. E perché non l’abbiamo capito? Facile, perché non ce lo raccontano”. Il presidente della Repubblica ieri ha manifestato qualche perplessità, diciamo. Quale altro paese è in grado di offrire ai suoi cittadini un rito così mirabilmente gratuito, pura rappresentazione, teatro o Gabbia di matti? Per scoprirlo ci vorrebbe una commissione d’inchiesta.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.