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L’attualità dell’appello antisfascista di Sturzo ai liberi e forti d’Italia

L'attualità dell’agenda e della visione di Sturzo a cent'anni dall'appello “ai liberi e ai forti” e dalla nascita del Partito Popolare

18 Gennaio 2019 alle 11:36

L’attualità dell’appello antisfascista di Sturzo ai liberi e forti d’Italia

Foto LaPresse

Cento anni fa, con un appello “ai liberi e ai forti” nasceva il Partito Popolare, la principale opera politica di don Luigi Sturzo. Chabod definì l’evento come il più importante della storia dell’Italia unita. Sturzo fu al centro di tanti conflitti. Questi offrono la chiave per comprendere la sua attualità. Quelli e questa espongono a una domanda difficile: perché?

 

Uscito dal non expedit, il cattolicesimo italiano aveva compreso il proprio valore politico. La via più semplice era quella di mettersi all’asta: i voti cattolici sarebbe andati a chi offriva di più. A trattare sarebbero stati i prelati vaticani assistiti da qualche manipolo di furbi e bigotti. La formula esordì con il Patto Gentiloni (1913). Allora saldò clericali e conservatori, ma la tentazione è arrivata ai giorni nostri – spaziando da destra, al centro, a sinistra –, agita da cattolici che alla politica chiedono vantaggi e del suo valore capiscono poco e da prelati cui di un’Italia moderna e democratica non interessa nulla e che della politica capiscono le regole, non il valore. Sturzo ruppe questo gioco. Concepì, fondò e diresse un partito autonomo, non confessionale, democratico, ancorato al valore discriminante e non confessionale della libertà. A capo del fascismo montante, Mussolini definì lui, don Sturzo, il proprio peggior nemico e non Turati o Gramsci. Mussolini pretese e ottenne nel 1924 dal Vaticano l’esilio di Sturzo. Cinque anni però erano bastati per far attecchire il seme di una sintesi originale di cattolicesimo e liberalismo anglosassone.

 

I frutti sbocciarono con De Gasperi, Einaudi, la Costituzione e con l’avvio dell’impresa da cui nacque quella che oggi chiamiamo Unione europea (e lo stesso euro) come istituzione del superamento del regime degli stati e della sovranità. Sturzo affrontò di petto i grandi drammi del Novecento e prese partito: contro ogni confessionalismo, contro ogni statalismo, contro un cristianesimo senza realismo e contro un liberalismo laicizzato, per la storia e contro lo storicismo. I conflitti non lo sorpresero: scrisse che scegliere la libertà – come un cristiano deve – significa disporsi all’agonismo ed anche all’agonia.

 

L’attualità non è un merito né un demerito, è un fatto. Non siamo oggi di fronte al ritorno dello stato e del sovranismo? Non siamo oggi in mezzo a un cattolicesimo sempre più bigotto e furbastro? Non siamo di fronte al collasso del centro-sud assistito? (Per Sturzo, del federalismo il sud aveva più bisogno ancora del nord.) Non siamo di fronte a un gigantesco “forno delle grucce” in cui la rabbia fa la fortuna di chi la sfrutta e la sfortuna di tutti coloro che le si affidano? Non siamo oggi di fronte a un attacco globale dei regimi “polis” ai regimi “civitas”: delle “società chiuse” alla “società aperte”?

 

Tutto questo certifica la attualità dell’agenda e della visione di Sturzo, mentre la sua idea di partito ci sfida a non considerare l’autonomia di una organizzazione politica alternativa alla sua relazione con visioni e interessi precisi, a non considerare alternativi la figura del leader e il ruolo di chi nel partito si associa (“con metodo democratico”). Siamo oggi nel pieno di uno scontro tra illiberali e liberali? Non v’è chi lo neghi, né da una parte né dall’altra. Questo rende il “popolarismo” di Sturzo una buona lente sul presente e un nemico terribile di ogni “populismo” (anche religioso). Sarebbe difficile dire lo stesso per Gentiloni o Dossetti, per La Pira e forse anche Moro. Perché, allora? Perché questa crucialità, in ogni senso di un termine che rinvia a “croce”? Basta scavare appena un poco, e si trova che le “radici” di Sturzo non attingono all’ultima scolastica (che in seminario gli fu risparmiata), ma a quel filone che oltre Tommaso comprende Agostino, e poi Newman e Blondel. E che i suoi “rami” innervano la famiglia Montini, orientano Alcide De Gasperi, riorientano John Courtney Murray (cui tanto si dovrà della dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa, quella che per Joseph Ratzinger si deve capire per capire cosa significa riforma nella e della chiesa). In questo percorso Sturzo ha un gemello spirituale: Henri De Lubac. Su due versanti della stessa montagna, Sturzo e De Lubac sono mossi dallo spirito di quel modernismo che fu estraneo alle tesi condannate dalla Pascendi, che intensamente e con amore visse e pensò la modernità (la libertà e la poliarchia, o “plurarchia” come diceva Sturzo, di una società senza centro e senza vertice), che colse la modernità non come ostacolo ma come tempo favorevole, “drammatico e stupendo”, per la fede. “Non molle e vile è il cristiano, ma fedele e forte” (ancora Paolo VI, Ecclesiam suam).

Luca Diotallevi

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