Prendere sul serio la svolta populista

Claudio Cerasa

Non saranno i mercati a salvare l’Italia. La manovra è uno sdeng sull’affidabilità del paese ma il partito del 2,4 per cento ha un progetto vero che continuerà a incantare fino a quando non ci sarà un altro show. Perché è ora di mettere da parte i popcorn

Ennio Flaiano diceva che la situazione politica in Italia è spesso grave senza essere seria. Ma a ventiquattro ore dalla presentazione della legge di Stabilità anche chi si trova distante anni luce dalle idee di Salvini e Di Maio, come noi, non può non riconoscere che la situazione in Italia oltre a essere grave è diventata anche terribilmente seria.

 

La decisione del governo del cambiamento di sfidare con durezza le regole europee, di fottersene dei giudizi dei mercati, di non prestare attenzione ai rendimenti dei Btp, di ignorare ogni segnale negativo registrato sui listini della Borsa, di essere indifferenti rispetto al possibile declassamento dei titoli di stato, di non considerare un problema spendere ogni anno molti miliardi di euro in interessi sui Btp, di giocare con il deficit senza tenere conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico, come previsto dall’articolo 81 della Costituzione, non può essere liquidata come se fosse solo una manovra fuori dal mondo, ma deve essere purtroppo valutata per quello che prima di tutto è: una clamorosa ed efficace rottura di un vecchio quadro politico. Sarebbe un grave errore considerare la scelta di portare il deficit al 2,4 per cento solo come una decisione di carattere puramente economico così come sarebbe un grave errore studiare la manovra concentrandosi solo sulla irresponsabilità di sfidare le regole europee e la sostenibilità del nostro debito pubblico non per tagliare le tasse ma per finanziare politiche assistenzialiste.

 

Il commissario dell’Unione europea agli Affari economici Pierre Moscovici ha ragione quando dice che ogni euro in più per il debito è un euro in meno per le autostrade, per la scuola, per la giustizia sociale (il giorno dopo il Def sono stati bruciati 25 miliardi in Borsa) ma non ha ragione quando finge di non cogliere la portata della svolta: un paese gravemente indebitato come l’Italia attraverso il libero gioco elettorale decide di cambiare paradigma utilizzando il consenso dei suoi eletti per imporre una nuova forma di affidabilità e di sostenibilità basata non sul rispetto di contratti imposti da altri ma sul rispetto unico del proprio contratto. E’ probabile che la manovra populista, che di fatto va a rimettere in discussione molti di quei princìpi che nel 2011 hanno permesso all’Italia di superare un grave choc finanziario, possa costituire un ulteriore sdeng sulla credibilità e sull’affidabilità dell’Italia – e Dio solo sa quanto sarebbe grave per il nostro paese essere declassati dalle agenzie di rating e finire a una sola casella di distanza dalla valutazione spazzatura, dal famoso non-investment grade, che una volta raggiunto costringerebbe la Bce a interrompere l’acquisto di obbligazioni italiane e a non poter più accettare obbligazioni italiane come garanzia. Ma la grande differenza con il 2011 è che qualora dovesse manifestarsi una qualche forma di tempesta perfetta dei mercati, non ci saranno nessuna Troika, nessun Monti e nessun Cottarelli in grado di arginare il nuovo corso della politica italiana. E non ci sarà perché chi ha scelto di sfidare i professionisti del rigore lo ha fatto calcolando i rischi e perché oggi l’unica risposta possibile all’efficace irresponsabilità populista, quando ci sarà, non può che venire da una proposta alternativa maturata non in Parlamento ma alle elezioni. Ci ricorderemo a lungo di questo 2,4 per cento perché per la prima volta dall’inizio della legislatura il progetto di Salvini e di Di Maio non è solo frutto di chiacchiere destabilizzanti ma costituisce un fatto vero, concreto, reale, seppur sempre pericoloso, con il quale tutti devono fare i conti e che ci dimostra che, al contrario di quanto sostenevano i teorici dell’imminente svolta moderata dei populisti, quando i barbari arrivano al potere non si preoccupano di trovare un modo per farsi romanizzare, ma si preoccupano prima di tutto di trovare un modo per barbarizzare i romani.

 

La prima manovra populista ci offre dunque mille ragioni per essere preoccupati rispetto al rischio che può correre un paese a bassa crescita, ad alto debito e ad alta disoccupazione come l’Italia, se i suoi governanti mettono in fuga gli investitori stranieri, smantellano le riforme sul lavoro, abbassano l’età pensionabile nonostante l’innalzamento delle aspettative di vita e considerano la crescita del proprio consenso molto più importante della crescita dell’Italia. Ci dice tutto questo ma ci dice anche che lo spettacolo del governo è uno spettacolo orribile ma vero, che continuerà a incantare milioni di elettori fino a quando non ci sarà un altro show per cui valga la pena pagare un biglietto. Il partito del populismo, infilandosi come una lama nel burro delle debolezze europee, ha prodotto un evento politico di primaria grandezza e questa volta non sarà il partito dei mercati a offrire un’alternativa vera per cambiare canale. La situazione è grave e seria. La svolta moderata non esiste. La svolta estremista è vera ed è importante. E’ ora di svegliarsi, di prendere la telecamera, di scrivere una sceneggiatura e di mettere finalmente da parte i propri popcorn.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.