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I pifferai dei clic

La democrazia diretta è pericolosa. Riflessioni sul botta e risposta tra Cassese e Grillo

5 Agosto 2018 alle 06:00

I pifferai dei clic

Il pifferaio magico in un'illustrazione di Kate Greenaway

La tradizionale cortesia di Sabino Cassese verso tutti ha consentito che la sua cultura venisse posta al servizio del noto Giuseppe Grillo in arte Beppe. Si dà il caso, infatti, che il signor Beppe sia l’autorità “religiosa” più alta del primo partito italiano che amministra, con beffarda ignoranza, la politica, la giustizia e la Verità del Movimento 5 stelle, che si sarebbe potuto chiamare anche delle sette lune o dei sette soli.

 

Ebbene, qualche giorno fa il figlio prediletto del profeta scomparso, Davide Casaleggio, nel cui nome forse c’è la Sapienza della Bibbia, in un’intervista sul futuro ha demolito la democrazia rappresentativa definendola inutile e inneggiando alla democrazia diretta definibile come la democrazia del clic! Dinnanzi alle pur flebili prese di distanza di parte rilevante del sistema politico e della buona stampa, il Sommo Beppe ha ritenuto di dover intervenire mettendo il bollo “papale” su questa sciocchezza culturale ma politicamente pericolosa.

 

Tutti coloro che hanno fatto le scuole medie sanno che la democrazia diretta significa, nei fatti, il governo della piazza, da quella fisica a quella virtuale. E nella storia dell’umanità il governo della piazza è stato sempre invocato in nome del popolo oppresso e in nome della democrazia vera. Sta di fatto, però, che quando la piazza ha preso nelle sue mani il governo del paese lo ha puntualmente consegnato a un tribuno della plebe, come raccontavano i romani. E quel tribuno lentamente eliminava, una dopo l’altra, ogni libertà dei cittadini salvo quella di poter applaudire le decisioni del tribuno di turno.

 

Quando, invece, un condottiero o un delegato imperiale concedeva alla piazza di poter decidere qualcosa, la piazza ha sempre deciso o per la guerra o per la crocifissione come avvenne quando scelse Barabba al posto di Gesù. Ma la plebe non è solo quella che abbiamo letto nei libri di storia o che vediamo nei reportage televisivi di paesi lontani e cioè un’orda di miserabili afflitti da miseria, malattie e ignoranza e quindi legittimamente arrabbiata. Nel Terzo millennio l’analfabetismo di ritorno e l’innovazione tecnologica hanno dato a masse crescenti l’illusione di poter decidere da soli questa o quella legge e con esse disegnare il proprio destino. Insomma, una sorta di tenaglia capace di imbrigliare masse popolari in questa visione onirica in cui ciascuno può diventare proprietario del proprio futuro. Una tipica elaborazione fantastica di un ignorante che riceve in regalo una tecnologia che lo fa sentire un superuomo o un parente lontano del buon Dio. Sta di fatto che questa rielaborazione fantastica viene afferrata da figure antiche quanto il mondo, e cioè dai pifferai magici che poi portano tutti nel baratro o in un fiume vorticoso dove si annegano le fantasticherie e con esse le libertà dei singoli.

 

Parlare con questi pifferai è tempo perso perché nella loro furbizia sanno di raccontare storie inesistenti, ma il potere è la loro seduzione dalla quale non riusciranno mai a distaccarsi sino a quando non affronteranno la propria piazzale Loreto. Bisogna, al contrario, parlare con quelli che non seguono i pifferai magici, con quelli che sanno leggere negli eventi che si susseguono i rischi e le opportunità del paese mettendo il silenziatore alle guerre fratricide, ai piccoli interessi personali e alle altrettanto piccole ambizioni. Quelli sono ancora la maggioranza del paese e devono prendere consapevolezza che sulle loro spalle risiedono le speranze di un paese che da troppo tempo è privo di guida, di ideali condivisi e di culture che si parlano. Ogni giorno tocchiamo con mano la fragilità per non dire la pochezza di quanti, in maniera tronfia, parlano del cambiamento o delle crescenti ammirazioni per i governi dell’est del pianeta o di quella miscela parolaia che comincia a irritare, come un fiume carsico, parti crescenti della nostra società che, ancorché sopiti, conserva antichi ideali e forte umanità. Dobbiamo porre con forza una domanda politica a tutti: dove sono gli eredi di De Gasperi, Moro, Berlinguer, La Malfa, Einaudi, Nenni, Craxi e di tantissimi altri che costruirono la repubblica e la difesero contro ogni tentazione autoritaria? Se ci sono, questo è il tempo di farsi avanti; se invece c’è il deserto tutti dovranno fare propria la domanda del giovane Kennedy quando disse nel suo primo discorso da presidente “chiedetevi che cosa posso fare io per il mio paese!”.

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Commenti all'articolo

  • romamor

    06 Agosto 2018 - 21:09

    Non avrei mai pensato di dover condividere qualcosa con Pomicino;questo suo articolo trascende ogni riserva.Bravo!Soprattutto per Craxi.

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