Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Se il Pd non fa un congresso prima delle Europee rischia di sparire per sempre

Claudio Cerasa

Note in vista dell'assemblea. Vivacchiare non ha senso. Rimandare è pazzia

Al direttore - E’ facile di questi tempi trovare rischi e problemi al Pd. E’ facile quindi anche per me aggiungerne uno. La subalternità. Prima di tutto nelle idee, nelle analisi del mondo e di conseguenza nelle proposte. La situazione diventa allora veramente preoccupante. Con qualche rara eccezione vi è un mantra ripetuto da diversi esponenti del Pd – ” la causa della sconfitta sta nell’avere sposato la globalizzazione e il neo liberismo”. Zingaretti si spinge addirittura a parlare di “fallimento della società occidentale”. Dove? Abbiamo alle spalle il più lungo periodo di benessere della storia mondiale. Per quantità, qualità ed estensione geografica. In tutte , o in quasi tutte le aree del mondo son aumentati i livelli di reddito, si è ridotta la povertà assoluta, sono aumentati i livelli di istruzione e l’emancipazione femminile. E questa grazie all’apertura del mondo. Allo scambio di merci, di competenze e lavoro, alla libertà di investimento. Cioè alla globalizzazione accompagnata da un’impronta liberale. Quanto al fallimento della civiltà occidentale basta vedere dove si dirigono i flussi migratori: verso l’Europa e verso gli USA. Cosa ben diversa è affermare, lo fanno Calenda e Minniti con parole accurate, che questo processo genera anche sofferenze e può portare al collasso della democrazia liberale e , allora sì, alla tragedia. L’Italia rappresenta l’anello debole. Ma non a causa della globalizzazione che anzi consente alle parti più dinamiche dell’economia italiana di sorreggere PIL e occupazione, ma a causa di sé stessa. Del suo debito, della sua burocrazia , del peso anormale che le diverse corporazioni esercitano. Parlare di liberalismo in Italia è come parlare di libertà femminile in un gruppo di fondamentalisti islamici.

 

 

Ma soprattutto non è chiaro, anzi è molto oscuro, che cosa si contrapponga a questa narrazione che è tipica delle destra xenofoba e illiberale. Dove il disorientamento di largo strati della popolazione viene scaricato con tecniche tipiche delle manipolazione propagandistica su una serie ben scelta di “capri espiatori”: gli immigrati, l’ Europa, la finanza internazionale. Mancano i comunisti, ma in compenso c’è Renzi. Per gli ebrei c’è tempo. Quel che non si capisce è che se si comincia a cedere nella lettura della storia, delle cause e delle responsabilità, si apre la strada ad un disastro, che già si intravede. Un conto è farsi carico delle paure un altro accettare per buoni i pretesti con cui vengono continuamente alimentate. Se si parla di fallimento dell’Occidente la frittata è bella e fatta. Che cosa è la guerra commerciale , fatta di dazi, limitazioni alla circolazione delle persone se non i’anticipazione di un ritorno ai drammatici anni ‘30, quando i nazionalismi e le autarchie fecero a pezzi l’ Europa e la pace. Che cosa ha da guadagnare l’Italia da tutto questo? Niente. Povera di materie prime e indebitata deve vedere come una minaccia mortale ogni ritorno all’ autarchia. Il vero mostro da combattere non è la globalizzazione, ma la fine della stessa. I cosiddetti sovranisti, oggi tatticamente alleati, sono destinati a scontrarsi a breve. Se ognuno mette il suo Paese al primo posto contro tutti gli altri il gioco non è a somma zero, ma a somma negativa e drammatica. Quali sono i rimedi? Alcuni li ha indicati Calenda. Apertura, investimenti nella conoscenza, gestione ragionevole delle paure e delle transizioni inevitabilmente dolorose. Ma bisogna fare molta attenzione con le parole . I valori dell’Occidente, libertà personale. libertà di circolazione, di commercio, democrazia, esistenza di contrappesi, protezione delle minoranze sono troppo importanti per essere liquidati insieme ad un giudizio tirato via sul fallimento della civiltà occidentale. Per battere le paure, ma soprattutto per non avere paura della paura, anziché accomodarsi in giudizi liquidatori sull’Occidente occorre ristabilire, ha straragione Calenda, la verità dei fatti. Difendere senza tentennamenti l’ impostazione liberale ed aperta delle nostre democrazie. Ed non avere, lo dico anche a Calenda, paura del futuro. Mi rifiuto di credere che un mondo capace di usare al massimo l’innovazione tecnologica, di alleviare drasticamente la fatica umana non riesca a trasformare questa ricchezza in benefici per tutti. Ma il futuro allora va governato non esorcizzato. Tutto il resto, come deve essere il Pd, la democrazia dal basso, dall’alto, inclusiva, alternativa, di sopra, di sotto, di traverso, periferica , urbana o provinciale, è solo chiacchiera. Se occorre attraversare il deserto attrezziamoci. Qualche anno fuori dal tempio potrebbero anche servire a rigenerare uomini e idee. Soprattutto queste ultime necessarie come il pane. Ma non esiste una terra di mezzo, fatta di luoghi comuni, dove collocarsi per estinguersi in pace.

Chicco Testa

 

Vero. Ma una candidatura di Zingaretti, oggi, come garante del triumivrato Calenda/Gentiloni/Minniti, potrebbe dare vitalità al Pd. Vivacchiare non ha senso. Rimandare è una pazzia. Si facesse un congresso subito, prima delle Europee, e si desse la possibilità a chi ha consenso da spendere di misurarsi sulla base di un programma, e non solo solo sulla base di una tattica, o di una chiacchiera.

 

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.