Ugo Zampetti (foto LaPresse)

Ugo Zampetti, l'ombra di Mattarella

Marianna Rizzini

Il segretario generale del Quirinale cui tutti guardano quando dal Colle si attende cenno

Roma. I gazebo, il voto su Rousseau, il programma, le finte, i nomi, i nomi-fantoccio, le verità nascoste e un’unica certezza: tutte le strade pre-governative passano per Ugo Zampetti, segretario generale del Quirinale con sterminata carriera da segretario generale della Camera dei deputati. E proprio nel curriculum da potentissimo e altissimo dirigente dell’Istituzione con la I maiuscola sta il punto, e il motivo per cui scherzosamente, e senza voler in alcun modo mancare di rispetto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nei Palazzi c’è chi ha preso a chiamare “presidente-ombra” l’uomo che, in occasione delle comunicazioni ufficiali quirinalizie, si materializza davanti alle telecamere con l’inconfondibile occhiale calato sul naso e la folta capigliatura canuta, rimasta più o meno la stessa dai tempi di Luciano Violante, e giù fino a Pier Ferdinando Casini, Fausto Bertinotti, Gianfranco Fini e Laura Boldrini, presidenti della Camera che passano mentre il quasi sessantanovenne Zampetti resta, grand commis e grande lettore di Federico De Roberto, il cui don Consalvo Uzeda (principe e deputato senza scrupoli protagonista de “L’Imperio”) pare fatto apposta per ricordare agli eletti di oggi ciò che l’eletto d’ogni tempo non deve fare. “Presidente-ombra”: nel senso di colui che del Colle può essere ponte, trampolino, orecchio e voce non necessariamente ventriloqua, proprio grazie alla lunga consuetudine a Montecitorio e ai cosiddetti buoni rapporti con quasi tutti – fanno eccezione, come si vedrà, la nemica autodichiarata Rita Bernardini (ex segretario radicale), Roberto Giachetti (ex vicepresidente della Camera pd) e il M5s d’antan, insospettabile con il senno del poi.

 

Se è vero infatti che l’ex vicepresidente della Camera del M5s Luigi Di Maio è stato ricevuto da Zampetti, conosciuto negli anni in cui Zampetti era a Montecitorio, su richiesta e “per cortesia istituzionale” (com’è stato poi specificato da Di Maio), proprio alla vigilia della presentazione della famosa lista di ministri potenziali e immaginati presso le segrete stanze della Casaleggio Associati (poi finiti in nulla) – e se è vero che l’atto stesso di ricevere preventivamente Di Maio, in quel frangente, è stato guardato di traverso da alcuni esponenti delle forze politiche avversarie del M5s, come fosse, a loro giudizio, l’unica mossa dall’aria improvvida in quarant’anni di carriera controllatissima – è pure vero che il cinque stelle Riccardo Fraccaro, oggi questore della Camera e nome ricorrente nella girandola di false partenze governative giallo-verdi, non più tardi di tre anni fa aveva avuto da ridire sulla lunga permanenza di Zampetti alla segreteria generale di Montecitorio, e aveva evocato gli alti stipendi, augurandosi che il pensionando ex segretario generale non venisse “reinserito” come consulente. Timore rivelatosi infondato: non è rimasto alla Camera Zampetti, che come tutti gli alti dirigenti statali con lungo cursus conosce l’arte della dissimulazione, intesa sia in senso letterale sia nel suo effetto di imparzialità (non a caso, nel discorso di saluto a Montecitorio, all’inizio dell’arrivo al Colle, aveva molto insistito sul concetto di “zona neutra” e “terza”, riparo dalle tempeste di una “dialettica politica travolgente”). E però Zampetti, sempre ricorrendo al caratteristico “tossicchiare dei momenti complicati”, come dice un esegeta, ma mai facendo trapelare l’opinione sottesa, è approdato al Colle, portando con sé, tra le altre cose, anche i buoni rapporti con Dario Franceschini, ministro uscente della Cultura favorevole al governo M5s-Pd come “ultima speranza”, e lasciandosi alle spalle, negli uffici di Montecitorio a lungo frequentati, fedelissimi funzionari e dirigenti che, racconta un osservatore, ancora lo chiamano “capo”, ripetendo a chiunque nomini Zampetti elogi standardizzati in direzione dell’elogio trasversale alla “straordinaria riservatezza”, alla “totale affidabilità”, alla “competenza giuridica solidissima”. Senza nulla togliere a Lucia Pagano, attuale segretario generale della Camera di scuola Zampetti, è un fatto che Zampetti venga evocato come presenza “di peso”, a metà tra il Colle e il Palazzo, ogni volta che dal Colle si attende azione, risposta o indirizzo. Se non altro perché, oltre a conoscere il Palazzo, Zampetti conosce il presidente della Repubblica da tempo immemorabile, e cioè da quel 1983 in cui Sergio Mattarella, eletto deputato per la Dc nella sua Sicilia, entra alla Camera dove Zampetti – il futuro “ultimo Mandarino”, “riservato come un cistercense ma con una memoria da Nasa per sgarbi, amici e soprattutto nemici”, come ha scritto Denise Pardo sull’Espresso – muoveva passi da gigante come segretario della commissione Affari costituzionali presso cui Mattarella diventerà capogruppo (vezzo di Zampetti, narra chi lo conosce, è il ricordare la propria prematura abilità nel “redigere resoconti”, arte di trovare le parole giuste alle questioni procedurali). Da lì parte la strada che porta all’amicizia con Mattarella, estesa anche alle rispettive famiglie, e al primo segretariato generale della Camera, cui Zampetti arrivò nominato da Violante, nel 1999, dopo un avvicendamento rapido (dice un testimone: “Fin troppo rapido”) con il quasi omonimo predecessore Mauro Zampini. E mai si allontanò da quella carica, Zampetti, anche grazie a una modifica della regola dei sette anni (durata del mandato prima di lui), diventati illimitati, fino alla pensione. Momento a ridosso del quale Giachetti, già intervenuto pubblicamente in versione anti Zampetti per questioni di bilancio interno (di nuovo: alto stipendio), contestò l’idea di altri esponenti politici di prorogare il mandato del segretario generale. Ma Zampetti si era già visto attaccare, come si è detto, dalla radicale Bernardini, in tema di “contratti e trasparenza”, tanto che, al momento della nomina di Zampetti come segretario generale del Quirinale a titolo gratuito, Bernardini, su Facebook, al grido di “preside’, cominciamo male”, scriveva “… Zampetti dovrà accontentarsi della sua ‘magra’ pensione di funzionario della Camera al massimo livello. Solo noi radicali, nella scorsa legislatura, abbiamo provato a mandarlo a casa facendo venire fuori gli ‘sprechi’ di Montecitorio e i contratti da capogiro…”. (Oggi Bernardini, interpellata in proposito, insiste sul punto). Gli estimatori di Zampetti rievocano invece le parole del dirigente nel discorso d’addio in cui, al cospetto dei presidenti della Camera presenti e passati, e di un Renato Brunetta sorridente e con cellulare in mano, aveva rivolto un ricordo al suo maestro Leopoldo Elia, amico di Mattarella, e aveva sottolineato “gli onori e gli oneri” della carica ricoperta per quindici anni, anni in cui l’istituzione “aveva retto l’urto” della realtà (anticasta e in fase di tentata apertura della “scatola di tonno”). E fu in quella vigilia di Natale del 2014 che, ascoltato il discorso, a molti fu chiara la volontà di Zampetti di pensionarsi di nome ma non di fatto.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.