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Passeggiate romane

Nel Pd dilaniato è già pronta la resa dei conti sulle liste per le elezioni

L'unico punto di convergenza all'interno del Partito democratico è sulla necessità di fare di tutto pur di non andare alle elezioni

Il Partito democratico è diviso come non mai, eppure su un punto al Nazareno c’è unanimità piena: bisogna fare di tutto pur di non andare alle elezioni. Per questo tutto il Pd, da Matteo Renzi a Dario Franceschini, da Paolo Gentiloni ad Andrea Orlando, è stato d’accordo con la soluzione individuata da Sergio Mattarella, nella speranza di allontanare almeno per un po’ le urne.

 

Ma per il resto il Partito democratico è dilaniato. Anche sulla formazione con cui andare al voto. Sarà Paolo Gentiloni a guidare un nuovo centrosinistra di cui a questo punto farà parte un pezzo di Leu oltre ai centristi di Pier Ferdinando Casini e Beatrice Lorenzin e ai radicali di Emma Bonino? Questa è l’intenzione ma i renziani sostengono che un’ipotesi del genere va bene solo se ci sono le elezioni subito. Se invece la legislatura si protrarrà fino al prossimo anno, allora secondo loro bisognerebbe rivedere tutto lo schema di gioco. Magari mettendo in campo Carlo Calenda, o comunque un volto nuovo e non usurato dagli ultimi accadimenti politici. Quale che sia lo schema di gioco che alla fine il Partito democratico adotterà sembra chiaro che la figura del segretario non coinciderà più con quella del premier. Un passo indietro, è ovvio. Come c’è un passo indietro, al di là delle chiacchiere che vengono fatte, sul congresso. Il Pd, anche nella versione renziana, è titubante sull’ipotesi di andare alle assise nazionali senza paracadute.

 

E’ probabile che a questo punto rimanga Martina e che venga eletto segretario all’assemblea nazionale che si terrà il 19 o il 26 maggio. Matteo Renzi non vorrebbe, ma l’area dialogante che fa capo a lui (Graziano Delrio, Lorenzo Guerini etc) è favorevole a fare un accordo con il reggente. E l’ex segretario dovrà fare buon viso a cattivo gioco.

 

Ma è il problema delle liste quello che assilla veramente il Partito democratico. Gli avversari di Renzi puntano a dimezzare l’area dell’ex premier. Che però punta i piedi. E poi c’è la questione delle deroghe. I renziani hanno i fucili spianati su quella di Dario Franceschini. La chiederà, è ovvio, ma loro forti dei numeri in Direzione (che è l’organismo a cui spetta il compito di dare o meno le deroghe) sono pronti a rendergli la vita difficile. A meno che Franceschini non conceda che nelle liste i renziani restino maggioranza.

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