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Il finto mercatismo della Lega e lo statalismo del M5s, due pericoli alla Cultura

Populismi distanti pure sui beni culturali. Ecco le idee

29 Aprile 2018 alle 06:00

Il finto mercatismo della Lega e lo statalismo del M5s, due pericoli alla Cultura

Ministero dei Beni culturali. Protesta dei lavoratori degli enti lirici contro il decreto Bondi nel 2010 (foto LaPresse)

Senza entrare nel dibattito politico, è chiaro a tutti che i toni del dialogo tra i due esponenti principali di Lega e Movimento cinque stelle, vale a dire i partiti che gli italiani hanno premiato con il maggior numero di voti, abbiano subito, dopo un entusiasmo iniziale più che comprensibile, una brusca inversione di tendenza. L’attrito, del resto, era in qualche modo inevitabile, a giudicare dalle differenze visibili dal confronto dei due programmi politici. Differenze che assumono un carattere ancor più marcato nel campo delle politiche culturali, dato che le diversità tra i due programmi non riguardano singoli punti ma attengono invece proprio quello che, in altri settori, si potrebbe chiamare un orientamento strategico di fondo.

  

La più grande differenza tra i due programmi è quindi di impostazione generale: da un lato un moderato liberismo per la Lega, che ben può riassumersi con la previsione di una trasformazione dell’attuale Mibact (ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo) nel ministero del Tesoro dei beni culturali. Tale proposta benché poco concretizzabile (sottoporre il ministero ad una nuova riforma, dopo quella introdotta pochissimo tempo fa da Franceschini comporterebbe notevoli difficoltà di natura operativa) rende chiara la visione di Salvini della cultura: azioni di de-fiscalizzazione delle opere d’arte, federalismo museale, riduzione del controllo pubblico sul settore archeologico, istituzione di un team di esperti di marketing e sviluppo per la valorizzazione, analisi e verifica delle soprintendenze (che scritto in grassetto nel programma sembra vogliano alludere ad una loro razionalizzazione).

  

Dall’altro lato del difficile corteggiamento c’è il M5s, con posizioni di partenza completamente divergenti. Quello dei grillini è uno dei programmi che dedica più spazio alla Cultura, mostrando una forte attenzione a questo tema, anche se le misure proposte sembrano a volte essere più dialettiche che operative, e che, in generale, tendono ad assumere posizioni conservative-centraliste.

  

Così, il programma di Di Maio & Co, prevede la riduzione delle attività che i privati possono svolgere nei “musei”, ancorando le attività possibili a quelle indicate nella legge Ronchey (scritta ormai 25 anni fa), la previsione di comitati di esperti per l’attribuzione dei finanziamenti Fus (il Fondo unico per lo spettacolo attraverso il quale lo stato finanzia alcuni settori come il cinema, il teatro e la danza), così come l’abolizione di una norma di recente approvazione che rende meno stringenti i criteri per poter esportare beni culturali.

  

Meno chiare, almeno nelle modalità applicative, altre misure previste dal programma dei Cinque stelle: creazione di “distretti culturali” (un modello di organizzazione del tessuto produttivo territoriale forse ormai un po’ datato), l’aumento della Spesa Pubblica in cultura pari all’1 per cento del pil, uno “studio sui fabbisogni di personale per le biblioteche e per gli archivi” e il “potenziamento della funzione dei musei medio-piccoli affinché possano svolgere un ruolo di intermediazione culturale e di dialogo sul territorio”. Uscendo fuori dai tecnicismi, sulla cultura sono pochi i margini di avvicinamento e a render più difficili gli incastri sono le recenti introduzioni (e riforme) ad opera del governo uscente, che costituirebbero un terreno ancor più scivoloso di confronto (o di battaglia?). Il rischio che la Cultura, che rappresenta uno degli asset strategici di sviluppo economico e sociale del nostro paese, possa trovarsi proprio al centro di uno stallo alla messicana, è fondato. Non resta che sperare, dunque, che chiunque prenderà il posto di Franceschini, abbia abbastanza potere decisionale da poter mettere in atto una serie di azioni coerenti e funzionali, evitando soluzioni bipolari che, volendo accontentare tutte le posizioni in campo, finirebbero per paralizzare un settore che, soltanto adesso, sta iniziando a mostrare maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità.

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