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Quant’è difficile fare il sindaco

Tra procedimenti giudiziari e gogna mediatica. Leonardo Domenici, ex sindaco di Firenze, spiega come la figura del primo cittadino è diventata sempre più debole. Il caso Nogarin a Livorno

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allegranti@ilfoglio.it

23 Gennaio 2018 alle 19:06

Quant’è difficile fare il sindaco

Leonardo Domenici (foto LaPresse)

Roma. Fare il sindaco è un mestiere molto difficile. Se n’è accorto di recente anche Filippo Nogarin, primo cittadino di Livorno, tentato di non ricandidarsi per un secondo mandato. “Ho sulle spalle cinque inchieste penali e 50 civili. Alcune assurde, come una su un canto dell’upupa. Sono due le cose: o sono Al Capone, oppure c’è un accanimento nei miei confronti”, ha detto. Leonardo Domenici, ex sindaco di Firenze per 10 anni, conosce il tema. Lo ha affrontato politicamente, quando era presidente dell’Anci, e personalmente, visto che da sindaco ha avuto a che fare con diverse inchieste. Una per aver fatto abbattere quattro alberi alla Fortezza da Basso, un’altra per inquinamento atmosferico, quando a Firenze il livello di Pm10 superò la soglia consentita. Queste inchieste sono finite nel nulla, mentre invece è stato condannato nel 2016 con sentenza di Cassazione per il Forte Belvedere e la morte di Veronica Locatelli, la ricercatrice che nel 2008 cadde dai bastioni della fortezza medicea. Secondo la sentenza, Domenici “era consapevole della pericolosità del Forte Belvedere” e non esercitò i poteri di vigilanza e di controllo sull’operato dei suoi dirigenti “per eliminare quei pericoli”. Un’altra volta invece, nel 2008, L’Espresso dedicò una copertina ai “compagni spa” e ci mise anche le sue intercettazioni telefoniche mentre parlava di un parco di Firenze. Erano i tempi della famosa inchiesta su Castello (anche quella finita nel vuoto, con l’assoluzione di alcuni protagonisti eccellenti, tra cui Graziano Cioni) e Domenici non era neanche indagato. 

 

Sindaci in trappola

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“La scelta di Nogarin è personale e non ci metto bocca, ma capisco il suo disagio. Anche io ho fatto questo mestiere e sono passato attraverso procedimenti giudiziari e gogna mediatica. Ora, qual è il punto? Mi sembra esserci un problema nel rapporto fra sindaci e giurisdizione, sopratutto quella penale”, dice Domenici al Foglio, ex europarlamentare del Pd e oggi presidente di Cittalia, una fondazione dell’Anci. “La questione è stata sollevata anche la settimana scorsa in sede di Consiglio nazionale dell’Anci dal presidente Antonio Decaro e dal presidente del Consiglio Enzo Bianco, così come da Guido Castelli in una lettera al Foglio. Ormai il ripetersi di queste situazioni (avvisi di garanzia, inchieste) che riguardano sindaci e amministratori locali è troppo frequente, non si può parlare di casualità o di casi isolati, a meno che non si pensi che una categoria intera di rappresentanti istituzionali sia composta di delinquenti più o meno incalliti. Quindi bisogna fare una riflessione profonda, porsi qualche domanda e cercare di dare qualche risposta”. Le leggi sono criminogene? “Leggendo la lettera di Castelli, ascoltando il dibattito tra i sindaci al Consiglio nazionale dell’Anci le ragioni sono facilmente individuabili. La principale sta nella complicazione, nella contradditorietà o nella scarsa integrazione delle norme vigenti che riguardano la sfera dell’amministrazione pubblica locale e il ruolo di sindaco. Questo problema andrebbe posto al legislatore, specie adesso che siamo in campagna elettorale. Secondo me dovremmo fare una mappatura di quelli che sono gli aspetti problematici e contraddittori delle norme, da chiarire e modificare laddove questo sia necessario”. Domenici, ma non è che lei parla così per fatto personale, per la condanna del Forte Belvedere? “Anzitutto, quando uno si trova coinvolto in procedimenti giudiziari è indotto a riflettere su questi problemi in maniera approfondita. In secondo luogo, io ho sempre detto la mia su queste questioni, anche prima dell’episodio a cui lei fa riferimento. Quando ero sindaco di Firenze e presidente dell’Anci ho assunto posizioni critiche nei confronti della magistratura che sicuramente qualcuno non ha visto di buon occhio. La magistratura è naturalmente un mondo molto complesso e non si può generalizzare ma molti magistrati tendono a vedersi come una sorta di corporazione separata e a difendersi dagli attacchi magari anche in maniera leggermente vendicativa”. La figura del sindaco, dice Domenici, “viene oggi accusata soprattutto di abuso d’ufficio, legato a ciò che un sindaco fa, e all’omissione, legata a ciò che un sindaco non fa. Si potrebbe dire, in maniera semplificata, che fai o non fai sono comunque guai. Siamo però arrivati a un punto molto delicato: da un lato ci sono le norme vigenti che il legislatore deve chiarire e coordinare, dall’altro c’è una situazione particolare di incertezza e complicazione delle norme che aumenta inevitabilmente e non per colpa loro il potere discrezionale dei magistrati, giudici o pm che siano”. La realtà, dice Domenici, è molto complicata e “il magistrato tende a semplificare, vedendo nel sindaco una sorta di figura apicale e – per dirla in termini filosofici e giuridici – sintetica e riassuntiva di una serie di responsabilità in ultima istanza. È lì che viene fatta una semplificazione rispetto alla complessità del rapporto fra norme e ruolo del sindaco, ma questa semplificazione sottovaluta l’ampiezza e l’articolazione dei sistemi amministrativi e del loro funzionamento, soprattutto in un grande comune. Mi pare che si tenda a estendere quasi a dismisura la posizione di garanzia diretta del sindaco nei confronti del bene pubblico o del cittadino. Se dilato l’applicazione di questa posizione di garanzia il rischio è che l’individuazione delle responsabilità, rispetto a un determinato fatto o a un determinato caso, venga attribuita più in virtù della funzione svolta, cioè quella del sindaco, che non in relazione alla ricostruzione di un fatto accaduto”.

 

Un magistrato quindi può proiettare “in uno spazio molto ampio di interpretazione un proprio punto di vista o una propria concezione o può essere influenzato dalla temperie mediatica”. Tanto più oggi che c’è una certa “debolezza della politica e una sfiducia nei confronti delle istituzioni, un magistrato può sentirsi indotto a svolgere una funziona sostitutiva e suppletiva di tutela del bene pubblico e del cittadino”. Il rischio insomma è quello di sconfinare nella “valutazione della opportunità o meno di scelte squisitamente politico-amministrative, in una società in cui è forte il circuito mediatico e c’è un effetto di ridondanza particolarmente significativo. In questo modo si indebolisce una figura chiave in un momento in cui è già difficilissimo il rapporto fra società civile e istituzioni. Il sindaco è una figura sovraesposta, non gode delle medesime tutele che hanno altre figure istituzionali, come il parlamentare o il consigliere regionale. Non sto minimamente pensando a forme di estensione dell’immunità ai sindaci, lungi da me. "Sto constatando un fatto: l’indebolimento di una figura di raccordo come quella del sindaco produce conseguenze negative di carattere più generale”. Dunque, dice Domenici, “quando ci troviamo di fronte a certi procedimenti, sembra quasi che i comuni vengano considerati come un microcosmo separato in cui dovrebbe essere possibile risolvere un certo tipo di problematiche che hanno dimensione globale, come quelle legate al degrado ambientale. Quindi un sindaco diventa responsabile dell’inquinamento della città se non fa abbastanza per farlo diminuire e può anche essere perseguito. Ma il riscaldamento globale non può essere affrontato entro i confini di un comune”. 

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Commenti all'articolo

  • carlo schieppati

    24 Gennaio 2018 - 08:08

    Io non ho fatto il Sindaco. Ho fatto l'Assessore (oddio, ero anche vice sidaco). In quei quattro anni ho capito che bisogna essere matti per fare l'amministratore di un Comune (specie se di centro-destra). I giornalisti e i magistrati non capiscono nulla dei procedimenti amministrativi. Comunque: Quattro anni di assessorato al Bilancio e neppure un avviso di garanzia. Ma cosa sono stato li a fare?

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