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La Lega sovranista di Salvini non è quella federalista e liberista di Miglio

Cento anni fa nasceva il Professore comasco, l'ideologo di Bossi

11 Gennaio 2018 alle 14:21

La Lega sovranista di Salvini non è quella federalista e liberista di Miglio

Matteo Salvini a Brescia accanto al busto di Gianfranco Miglio l'ideologo della Lega (foto LaPresse)

Esattamente 100 anni fa nasceva Gianfranco Miglio, lo scienziato della politica ricordato dai più come l’“ideologo” della Lega nord. In realtà il rapporto tra Miglio e la Lega segnò una stagione abbastanza breve, ma intensa. Proprio in questi giorni è stato pubblicato, con una prefazione di Lorenzo Ornaghi, il “Modello di Costituzione federale per gli italiani” (Giappichelli editore) scritto da Miglio a metà anni Novanta.

 

Ma ben prima di essere eletto senatore nel 1992 nelle liste del Carroccio, l’anziano studioso (con alle spalle una carriera accademica di prestigio, che l’aveva visto anche preside della facoltà di Scienze politiche dell’Università Cattolica) si era espresso in più occasioni a favore delle spinte autonomiste e secessioniste settentrionali, grazie alle quali prefigurava la possibilità di una territorializzazione del conflitto politico e, di conseguenza, una trasformazione in senso federalista delle istituzioni.

 

Fin dagli anni Ottanta, in alcuni articoli apparsi sul Sole 24 Ore Miglio aveva mostrato di apprezzare la novità di quelle che allora erano ancora chiamate le “leghe”, dato che l’unificazione dei vari movimenti regionali nella Lega nord era là da venire. Mentre la maggior parte dei commentatori appariva incapace di cogliere la specificità di questa nuova dimensione politica, che opponeva rivendicazioni locali e potere centrale, egli aveva colto come stesse emergendo qualcosa di inedito, per taluni aspetti rivoluzionario e, a suo giudizio, potenzialmente positivo: una discontinuità che andava a minare la logica stessa di quella modernità statale al cui studio si era dedicato per larga parte della sua vita intellettuale.

 

Nelle spinte centrifughe che iniziavano a manifestarsi in Veneto e in Lombardia egli avvertiva, più di ogni altra cosa, il dissolversi di quel progetto nazionale che aveva preteso di far crescere il Mezzogiorno attraverso l’assistenzialismo e i trasferimenti. In questo senso, egli iniziò a pensare che – al di là delle molte ed evidenti debolezze – il leghismo aveva in sé una carica “liberista” che poteva soltanto giovare alla società italiana. Anche quando la Lega bossiana non aveva ancora coniato i suoi slogan volti a collegare federalismo e mercato (nella fase in cui Giancarlo Pagliarini dettò le linee del programma economico), Miglio avvertì come la localizzazione del potere potesse comportare una responsabilizzazione degli attori politici. E come lungo questa strada fosse possibile dare una risposta ben più soddisfacente al problema che egli aveva tentato di risolvere quando aveva introdotto in Italia, richiamando la lezione di Carl Schmitt, il tema del “decisionismo”.

 

In effetti, a dispetto delle apparenze, c’è una chiara continuità tra il Miglio fautore del presidenzialismo e quello che suggerisce riforme federali. Miglio approda al federalismo per ragioni ben precise. Se con la proposta di un governo autorevole e di una guida scelta direttamente dal popolo egli intendeva superare l’anonima irresponsabilità di governi dominati da consorterie e correnti di partito (nei quali a nessuno era mai imputabile alcunché), poi gli si fa chiaro come una soluzione più adeguata possa venire da una localizzazione delle decisioni collettive, soprattutto in tema di spesa e prelievo. E’ l’opzione a favore dell’autogoverno, dell’autodeterminazione, del diritto di associarsi con chi si vuole e quindi anche di dissociarsi e separarsi. E si capisce come questa rivoluzione copernicana conduca anche a una sorta di “privatizzazione”, implicita e/o parziale, di tutto quanto è oggi gestito dalle istituzioni pubbliche.

 

Nell’elaborazione visionaria e originalissima di Miglio non è scontato che lo “Stato”, definitosi al termine dell’età medievale a partire dalla monarchia feudale, abbia di fronte a sé un lungo futuro. Al contrario, nella complessità di un ordine globale che ormai tende a dissolvere le distanze è possibile che si abbia una crisi della statualità e una rinascita dei territori regionali, insieme allo sviluppo di relazioni politiche non più piramidali, ma pattizie.

 

Una delle lezioni più originali di Miglio è proprio nella contrapposizione tra due forme di obbligo: quello politico e quello giuridico. E mentre gli obblighi legati alla politica sono imposti, riguardano grandi masse e tendono a essere perpetui oltre che concernenti oggetti alquanto indefiniti, quelli giuridici sono volontariamente scelti, negoziati tra poche persone, con un arco temporale limitato e un contenuto assai chiaro.

 

La scelta di campo leghista compiuta da Miglio fu allora nel segno di un progetto che puntava a frammentare il potere per ridare forza alla società e allargare gli spazi di libertà. Il federalismo che valorizza comunità disposte a costruire accordi federali è molto più in sintonia con il libero mercato che non con le logiche della sovranità della linea Bodin-Hobbes-Rousseau. In tal senso, l’antica lezione di Johannes Althusius e la plurisecolare esperienza dei patti di mutuo soccorso delle comunità elvetiche aiutarono Miglio a teorizzare come in Italia fosse opportuno riformulare l’esperienza dei Comuni medievali o delle istituzioni preunitarie, e non già illudersi che la soluzione dei problemi potesse venire da un centralismo posto al servizio di un’Italia giacobina, egualmente amministrata dalle Alpi a Lampedusa.

 

L’intuizione di Miglio, almeno in parte, fu corretta. Quando la Lega iniziò a farsi strada tra gli elettori, l’opzione per il Nord aveva i connotati di un populismo a forte connotazione liberale, che raccoglieva anche il consenso di chi voleva meno tasse, meno burocrazia, meno Stato. Se forse taluno a sinistra esagerò nell’enfatizzare questi aspetti (con l’obiettivo di demonizzare Bossi), è però vero che il leghismo trasse forza anche dalla volontà di privatizzare il privatizzabile e lasciare più spazio alle imprese e agli imprenditori. Nella mitologia politica settentrionale di quegli anni, se il Sud era il luogo del posto fisso, il Nord era quello della fabbrica.

 

Al tempo stesso, il movimento guidato da Bossi fu a lungo costretto a rispondere ai calcoli, agli interessi e alle ambizioni di un capo carismatico ben poco interessato a cambiare le cose. Nonostante ciò, il professore di Como provò a vedere nella Lega una manifestazione specifica di trasformazioni più ampie e in qualche modo epocali, che in questi ultimi anni hanno minato l’unità dell’Unione europea con la Brexit e stanno erodendo gli stessi Stati membri, come dimostra il caso spagnolo.

 

Nel corso dell’ultimo quarto di secolo, però, lo sviluppo della politica italiana ha ampiamento deluso quelle che sarebbero state le aspettative dell’intellettuale lombardo. D’altra parte, nel momento in cui Silvio Berlusconi entrò in politica e attirò a sé un’ampia quota dell’elettorato prima avvicinatosi alla Lega, Bossi si riposizionò immediatamente. Sposò vari temi posti a protezione di quel Nord che chiedeva più tutela che libertà d’azione. In quegli anni, insomma, si posero le basi per una Lega meno interessata a superare l’unità italiana e aprire il mercato, e sempre più focalizzata sui temi dell’immigrazione, dell’ordine pubblico, della necessità di dare risposte assistenziali.

 

Probabilmente, la Lega sovranista e nazionalista di Matteo Salvini è quanto di più lontano si possa immaginare dal pensiero di Miglio e dalle sue riflessioni teoriche, proiettate al di là delle polemiche contingenti. Ma il leader leghista attuale, che sta giocando la sua partita quale candidato leader dell’intero centrodestra, è per tanti aspetti l’erede più autentico di Bossi, di cui ha fatto proprie non soltanto molte battaglie, ma soprattutto quella maniera essenzialmente opportunistica d’intendere la politica.

 

Nella ricorrenza del centenario della nascita di quello che è stato il più originale scienziato politico degli ultimi decenni, bisogna allora prendere atto di come la lezione migliana non sia stata prima sposata dalla Lega di Bossi per poi essere abbandonata da quella di Salvini. Non soltanto la rottura tra il Professore e il Senatore ebbe luogo già nel 1994 e fu segnata da insulti irripetibili, ma era chiaro come quel conflitto portasse alla luce una distanza incolmabile.

 

Sebbene abbia sempre voluto presentarsi quale scienziato puro in senso weberiano (refrattario a ogni ideologia e ideale), Miglio aveva coltivato il sogno di un processo di cambiamento non privo di tratti libertari e volto a elvetizzare le istituzioni. A tal fine, egli si era illuso che la Lega potesse interpretare le imprese settentrionali e difenderne i diritti, sganciando la società italiana dal resto della Penisola.

  

Le sue illusioni si dissolsero alla svelta e quanto sta avvenendo nella Lega attuale, che fin nel simbolo ha pure rinunciato a ogni riferimento al nord, è solo l’ultima conferma.

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Commenti all'articolo

  • Beresina

    Beresina

    08 Marzo 2018 - 18:06

    Interessantissimo il riferimento alla rottura tra Miglio e bossi già nel 1994 accompagnata da "insulti irripetibili". Sarebbe interessante leggere un articolo che chiarisca questi punti senza limitarsi a fare ad essi un riferimento vago. Troppo spesso un "povero" lettore è frustrato da riferimenti interessanti la cui conoscenza è data per scontata ma che egli purtroppo non conosce.

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