Beppe Grillo e Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Tra Berlusconi e M5s

Franco Debenedetti

In Italia serve un forte partito di sinistra moderno. Per questo voterò Pd. Lettera a mio fratello, Carlo De Benedetti

Caro Eugenio, caro Carlo,

 

nulla se non la fratellanza dell’uno e la emisecolare amicizia con l’altro mi autorizza a entrare nella querelle sorta tra voi, su quali potrebbero essere le vostre scelte elettorali, in particolare ove questa dovesse essere tra Berlusconi e Di Maio. Ad altre penne dedurne riflessioni su come le decisioni da voi anticipate si pongano in relazione al vostro passato. Per eleganza evito di annotare che voi ipotizziate scelte che si verificherebbero in una situazione affatto diversa, quella in cui il referendum, da voi osteggiato e da me sostenuto, fosse stato approvato e quindi fosse chiaro, a tutti e ab initio, che la legge elettorale è a doppio turno. Mi limito a dichiarare quale sarà la mia scelta, e ad approfittare senza pudore della circostanza che mi si offre per dare risonanza alle ragioni a essa sottese.

 

Voterò Pd, in continuità con la linea Pds-Ds: perché, indipendentemente da quali saranno l’offerta elettorale, le opzioni di scelta, i sondaggi e le previsioni, per me è prioritario che ci sia in Italia un forte partito di sinistra moderna, a maggior ragione quando negli altri aggregati i principi di libertà di mercato e la scelta europea sono o apertamente contestati o superficialmente enunciati.

 

Al Congresso di Pesaro del 2005 presi la tessera dei Ds per poter votare la mozione Morando, insieme agli amici di Libertà Eguale, quella originale: nello stesso spirito nel 2018 voterò il Pd di Renzi.

 

Quando vidi enunciate e applicate le sue due rotture con il passato, che hanno consentito l’una all’interno di emarginare la vecchia sinistra, l’altra all’esterno di archiviare l’antiberlusconismo come categoria della politica, mi sembrò che i propositi che avevo dichiarati in tre campagne elettorali, le idee che avevo avanzate in innumerevoli articoli discorsi convegni libri, i voti espressi e i disegni di legge presentati nei 12 anni in Senato, da comportamenti individuali tollerati diventassero obbiettivi politici da perseguire. E oggi, nonostante l’incredibile quantità di errori, le tante contraddizioni e i diversi cedimenti che seguirono (uno tra tanti quello sui voucher, spiazzare la parte migliore dei sindacati per compiacere l’“accozzaglia”), ritengo che quelle due rotture siano fatti irreversibili. E comunque voglio dare il mio contributo perché tali restino.

 

Oggi non è più un’eresia dire che fu un errore, anziché cercare di emendarlo, opporsi pregiudizialmente a ogni e qualsiasi articolo della riforma costituzionale di Berlusconi, facendola così andare ad allungare l’elenco degli abortiti tentativi di modificare la Costituzione più bella del mondo. Oggi più nessuno ricorda le battaglie contro il SIC, il sistema integrato delle comunicazioni, nella legge del cosiddetto antitrust televisivo. Oggi è evidente il moralismo pretestuosamente usato per la lotta intestina che dilaniò la sinistra sulla vicenda BNL-Unipol. Oggi non sarebbe scandaloso riconoscere che c’erano anche ragioni di interesse generale per modificare, e quindi votare, la legge sul falso in bilancio. Oggi l’art. 18 non è più un diritto universale dell’uomo e le banche “popolari” lo sono in un senso molto particolare della parola. Soprattutto oggi è possibile guardare con il distacco dello storico la continuità della linea che va dall’anticraxismo all’antiberlusconismo militante, e consuntivare il danno che hanno fatto alla sinistra razionale il giustizialismo di Libertà e Giustizia, di Micromega, e l’ilare incoscienza dei girotondi.

 

Il pensiero unico progressista

 

Repubblica ha negli anni potentemente contribuito a costruire quello che Luca Ricolfi chiama il pensiero unico progressista, quello per cui “siamo la parte migliore del paese, quella che ha visto giusto fin dall’inizio, quella che è impegnata nelle più alte battaglie di civiltà, quella che sa che cosa è il bene e che cosa è il male.”

 

Ma Espresso e Repubblica (e Scalfari) sono anche quelli di “Razza Padrona”, di Bancor, che hanno contribuito alla formazione di una sinistra europeista, attenta agli equilibri economici, alle compatibilità, una sinistra riformista accanto alla (prevalente) sinistra conservatrice. Sono anche quelli che con Peppino Turani e con Affari & Finanza, hanno diffuso il poco di cultura economica che c’è nella nostra società. 

 

Ora, quel pensiero unico, che antepone i temi dei diritti (dai beni comuni alle intercettazioni, dall’acqua alle trivelle, dalla giustizia all’evasione, dall’ambiente ai conflitti di interesse) ai temi dell’economia (debito e deficit, occupazione, competitività, tasse), è lo stesso dell’operazione tentata da Bersani nel 2013, che non disdegna una sponda con i Cinque stelle: c’è una logica che porta Grasso dalla presidenza del Senato a quella di Liberi Eguali. Nell’Italia tripolare, dopo il voto potrebbero essere possibili maggioranze con i Cinque stelle o con Forza Italia. La prima sarebbe un disastro per il paese: non potendo più contare su una deriva “giapponese”, la strada “greca” sarebbe inevitabile. Di fronte a questa certezza, un’alleanza con Forza Italia può sembrare un pericolo solo per chi teme di poter essere contagiato dal Caimano.

 

Credo che un buon risultato del Pd sia la migliore assicurazione contro quel disastro. Per questo, nonostante tutto, voterò per il Pd di Renzi.

 

Franco Debenedetti