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La sinistra che lascia il nord alla Lega

Perché il Pd renziano non dovrebbe snobbare la questione settentrionale

24 Ottobre 2017 alle 19:58

La sinistra che lascia il nord alla Lega

LaPresse/Stefano Porta

Sarà pure vero che il referendum del 22 ottobre è stato per molti versi una furbata propagandistica di Roberto Maroni e Luca Zaia. Sarà pure vero che alla Lega serviva risvegliare le pulsioni identitarie, senza possibilità concreta di portare a casa il risultato. Sarà pure vero. Ma avere ragione in teoria, per la sinistra, non è per forza un buon affare. Di fronte alla “inconcludente” sfida lanciata dai governatori di Lombardia e Veneto, la strada più sbagliata che si potesse scegliere era la sottovalutazione. Tenersi fuori dal centro di un dibattito che è politico in zone cruciali del paese. Invece è stata proprio la strada imboccata dal Pd e dalla sinistra in generale: che nel dubbio sul da farsi, ha pensato di non fare niente.

  

Quando non è stata del tutto ignorata, l’iniziativa referendaria è stata liquidata da una buona fetta dello stato maggiore del centrosinistra come una pagliacciata: il tanto celebrato “esercizio della democrazia” è stato snobbato con inviti – timidi e contraddittori pure quelli, in realtà – a disertare le urne, e ci si è accontentati di riproporre analisi approssimative che tendevano a svilire un sentimento e una serie di problemi che da decenni covano nel nord-est, e che in larga misura prescindono dalla Lega. In Veneto, più che la linea astensionista, nel Pd ha prevalso quella del balbettio di fronte a un problema politico che non può essere liquidato con inconsistenti paragoni con la Catalogna. In Lombardia, poi, l’afasia dem s’è rivelata ancor più incomprensibile, dal momento che lì c’è stato perfino chi ha tentato di non lasciare al Carroccio la paternità della battaglia sull’autonomia: e però Giorgio Gori, che pure del Pd s’avvia a essere candidato per la corsa al Pirellone nel 2018, s’è ritrovato in sostanziale solitudine: addirittura guardato con sospetto, come se il suo sostegno al quesito referendario celasse una sorta di connivenza col nemico. Il risultato rischia d’essere un arretramento del Pd al nord. Un’incomprensione della sua natura che lascia il campo ancora una volta al “forzaleghismo”. Soprattutto a Milano (che pure ha snobbato il voto) che del progetto riformista renziano è stata la vetrina più luminosa, e che non a caso ha visto vincere – rarità – il Sì al referendum del 4 dicembre. La questione settentrionale esiste. Lasciarla appannaggio esclusivo della Lega, non aiuterà il Pd a combattere la sfida contro i populismi.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    25 Ottobre 2017 - 08:08

    Da settentrionale, per di più colpevole di partita IVA, confermo tutto. E aggiungo che quello del PD è stato l'ennesimo capolavoro politico: sono riusciti a far lievitare il consenso a quella che, in se stessa, era se non proprio un pagliacciata, almeno un'iniziativa tra il velleitario e la provocazione. Capisco la loro inadeguatezza rispetto al grillismo strabordante che ora si trova in posizione win-win, ma bastava evitare i soliti toni sprezzanti e lasciare due soldini per asfaltare qualche strada (quelle che ci servono per andare a produrre il reddito da espropriare). Resta un dubbio: due volte più furbi Zaia e Maroni, prevedendo che gli antropologicamente superiori avrebbero abboccato? O una volta più scemi loro? Opterei per la seconda, dato che seguitando così riescono a valorizzare anche il successo politicamente parziale di Maroni.

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