Matteo Salvini (foto LaPresse)

Sfascisti azzoppati dal referendum

Claudio Cerasa

Il voto in Veneto e Lombardia offre un modello di regionalismo alternativo a quello catalano, rafforza una Lega non salviniana (niente felpe) ma segnala un dramma: gli istinti autonomisti non si arginano con governi deboli. Che fare? Una proposta

Mettete per un attimo da parte le lenti del catastrofismo elettorale e tentate di osservare senza pregiudizi apocalittici le conseguenze del referendum sull’autonomia in Veneto e Lombardia, provando a capire al di là della retorica cosa cambia per l’Italia dopo la vittoria rotonda di Luca Zaia in Veneto e la vittoria azzoppata di Roberto Maroni in Lombardia. Alla prima domanda, cosa cambia per l’Italia, la risposta è che cambia poco, anzi non cambia quasi nulla: i milioni di elettori che hanno votato Sì alla richiesta di maggiore autonomia per Lombardia e Veneto non hanno fatto altro che chiedere con straordinaria forza politica la riaffermazione di un principio previsto dall’articolo 116 della Costituzione. Ma al contrario di quello che si potrebbe credere la richiesta di autonomia da parte di due tra le più importanti regioni italiane non è un segnale che indica una deriva populista dell’Italia: è un segnale che indica una possibile alternativa concreta all’Italia dello sfascio.

 

Ci sono tre elementi da considerare. Il primo è che i milioni di elettori portati al voto da Zaia e Maroni non sono la spia di una inarrestabile crescita della Lega salviniana ma sono al contrario la spia di una inarrestabile crescita di una Lega dove il profilo di governo incarnato dai governatori di regione sarà destinato a pesare di più del profilo di lotta incarnato dalla Lega di Salvini. Il secondo elemento di stabilizzazione prodotto dal referendum è che grazie al voto di Veneto e Lombardia nella prossima legislatura la Lega avrà uno strumento prezioso da utilizzare per sostenere dall’esterno un governo anche in presenza di un governo formato per esempio solo da Pd e Forza Italia (ma che, come già successo oggi con la legge elettorale, potrebbe avere bisogno di un aiuto della Lega, che in cambio di maggiore autonomia nelle sue regioni potrebbe concederlo). Il terzo elemento da tenere in considerazione per capire perché, al contrario di quello che si potrebbe credere, i referendum in Veneto e in Lombardia potrebbero essere delle benedizioni dal cielo (“In Italia torna la dolce vita e torna l’ottimismo”, ha scritto domenica in un reportage dal nostro paese il Sunday Times) è legato al fatto che il modello italiano di autonomia fa tutto sommato del nostro paese un’isola felice, in un contesto europeo dove gli istinti autonomisti spesso si trasformano in istinti indipendentisti.

 

In Veneto e Lombardia molti elettori hanno votato con rabbia contro i presunti soprusi dello stato centrale ma lo hanno fatto consapevoli di dover trovare in Europa (e non fuori dall’Europa) gli strumenti per essere più autonomi (il modello è la Baviera, più che la Catalogna) e consapevoli di essere lì per dare un mandato alla politica a trattare, non a sfasciare. La domanda giusta che si potrebbe fare a questo punto del ragionamento è ok, ma fino a quando può resistere questo piccolo miracolo italiano? Fino a quando le spinte autonomiste resteranno tali senza diventare pasticci catalani? La questione è importante perché sia le spinte autonomiste sia quelle indipendentiste tendono a emergere in contesti particolari in cui lo stato viene percepito come debole e dunque attaccabile – e la pazza deriva catalana, in fondo, è maturata anche a causa di un sistema istituzionale che ha reso possibile l’esistenza di un governo fragile e che anche per questo non è riuscito a dare ai governanti gli strumenti giusti per prevenire le derive separatiste. Da questo punto di vista il segnale che arriva dalla ricerca di autonomia di due regioni italiane non meno ricche della Catalogna è un segnale che consegna alla prossima legislatura una missione importante, come segnala giustamente il professor Stefano Ceccanti: è difficile gestire razionalmente un processo di questo tipo senza rafforzare le istituzioni del governo nazionale.

 

Senza un governo forte – e senza un sistema istituzionale solido che permetta al governo di non essere schiavo della frammentazione – le manifestazioni misurate di dissenso che osserviamo oggi rischiano di diventare un domani sempre meno misurate. A vederlo oggi senza troppi pregiudizi (probabilmente le richieste ottenute via referendum si sarebbero potute ottenere anche senza l’utilizzo del referendum) il doppio voto veneto e lombardo è un voto che nasconde molte buone notizie. La Lega di lotta è sempre più una Lega minoritaria. Il centrodestra salviniano è un centrodestra che esiste in tv ma che non esiste nella realtà. La richiesta di autonomia potrebbe dare al presidente della Repubblica nella prossima legislatura un’occasione per allargare se necessario il perimetro di una maggioranza anche alla Lega come fatto oggi con la legge elettorale. Ci sarebbe da essere ottimisti se non fosse che per dare al governo gli strumenti per combattere gli istinti indipendentisti e autonomisti servirebbe una riforma costituzionale persino più ambiziosa rispetto a quella bocciata il 4 dicembre. Servirebbe insomma raccogliere le firme per governare l’autonomismo con una iniezione pura di modello francese. Chi firma?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.