Lezioni dallo stato autonomo del nord

Redazione

L’effetto del referendum è una grande batosta alla prassi del tassa e spendi

Anche se nell’immediato gli effetti politici del referendum di Veneto e Lombardia supereranno quelli pratici, siamo di fronte a un altro potente segnale contro la logica del tassa e spendi che domina la politica di bilancio italiana, e che neppure la crisi e i tre governi a guida Pd hanno scalfito. Lo squilibrio fiscale regionale è innegabile: la Lombardia versa 54 miliardi più di quanto riceva in beni e servizi. Il Veneto è terzo, dietro l’Emilia-Romagna, con 15,5 e 18,6 miliardi. All’opposto ci sono Sicilia (10,6 miliardi), Puglia, Calabria, Campania, Sardegna (altri 23,3 miliardi complessivi). Il governo dice che non è possibile lasciare ai veneti i nove decimi delle tasse. Forse; ma neppure continuare a spremere non solo i settentrionali ma tutti i contribuenti, cittadini e imprese, che già pagano ben oltre la media europea.

 

Le imposte vanno ridotte, ovunque, nell’unico modo possibile e logico: tagliando le spese inutili. E qui entra in ballo il secondo squilibrio, quello del welfare: assistenza, Sanità, previdenza, assegni d’invalidità fuori controllo (piaga anche dell’Umbria). L’ultimo dossier di “Itinerari previdenziali” sul Corriere della Sera dell’esperto Alberto Brambilla documenta che il centro-nord si ripaga il 120 per cento delle prestazioni che elargisce, in genere con efficienza; il sud il 62 per cento, spesso con manica larga travestita da solidarietà. Come ha scritto assieme ad Anna Giunta in “Che cosa sa fare l’Italia” il direttore generale di Banca d’Italia, Salvatore Rossi, meridionale di Bari, il peggior nemico del sud è l’assistenzialismo; il quale oltre agli squilibri fiscali genera improduttività e azzera l’appetibilità dell’intervento dei privati, già respinti ideologicamente. Tagliare le tasse e ridurre la biada di stato può, magari, costringere il cavallo a scuotersi.

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