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Buffagni, il Di Maio del Nord stretto tra referendum e sondaggi

Il consigliere regionale di M5s in Lombardia scopre che la democrazia diretta a volte può essere matrigna

Marianna Rizzini

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rizzini@ilfoglio.it

21 Ottobre 2017 alle 06:00

Buffagni, il Di Maio del Nord stretto tra referendum e sondaggi

Roma. La democrazia diretta a volte può essere matrigna. Se ne sono accorti i Cinque Stelle del Nord, alla vigilia del referendum consultivo sull’autonomia in Lombardia e in Veneto. E se n’è accorto Stefano Buffagni, trentaquattrenne consigliere regionale di M5s in Lombardia, anche detto “il Di Maio del Nord” – soprannome che di per sé potrebbe anche essere cosa positiva per il portavoce e attivista storico, anche dottore commercialista, non fosse che ultimamente, e proprio per via dell’incombente referendum, la sovrapposizione di stile tra il Di Maio che va a Cernobbio e il Buffagni che si dice aperto al dialogo con tutti, persino con i poteri forti del genere “Confindustria”, come ha dichiarato al Corriere della Sera, risulta impossibile da mantenere. Uno spettro si aggira in fatti per le pianure nordiche: il Movimento Cinque Stelle (che nel nord produttivo, dove il cittadino è leggermente meno insoddisfatto a livello economico-sociale, non raggiunge le percentuali che raggiunge al Sud). E dunque soffre, il M5s, proprio oltre la Pianura padana dove ha mosso i primi passi di successo ma pure di insuccesso, ché è in Emilia Romagna che Beppe Grillo ha potuto gridare al miracolo elettorale (nella Parma del poi ribelle Federico Pizzarotti), ed è sempre in Emilia Romagna che il movimento ha cominciato a tormentarsi per storie di ordinaria insubordinazione ai diktat anti talk-show (casi Favia e Salsi) e per storie di umana ambizione politica soffocate dietro querelle infinite di loghi, marchi e liste concorrenti (a Rimini come a Ferrara).

 

E Buffagni, il consigliere regionale che in luglio rivendicava la genesi grillina dell’afflato referendario, scrivendo al sito del Fatto che “il quesito in Lombardia, proposto dal Movimento 5 Stelle e approvato con i voti della maggioranza, chiede in maniera inequivocabile di avere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, e con riferimento a ogni materia legislativa prevista dalla Costituzione…”, adesso è costretto a parlare come non parla più il Di Maio di Sicilia (quello che, in vista del voto sull’isola, preferisce discettare d’altro, anche se, come nota l’Huffington Post, deve pur sempre avocare al Movimento “l’idea costituzionale dell’autonomia terrìtoriale”). Ed ecco Buffagni nello scomodo compito del difensore della democrazia diretta che però, in questo caso, gioverebbe più alla Lega ora “nemica” che a Grillo. Il consigliere regionale dice infatti al Corriere che per domani si aspetta la vittoria del sì, ma che “è già un successo il fatto che si voti” e che la “democrazia diretta”, appunto, era “il sogno di Gianroberto Casaleggio. E quando gli si chiede perché allora i Cinque Stelle, al Nord, alla vigilia del referendum di cui si aspettano il successo, non vadano in televisione, a Buffagni tocca rifugiarsi dietro al distinguo: il quesito è nostro, non della Lega, e “fare politica non è occupare le tv come fa Salvini, promuovendo solo se stesso…Dal centrodestra abbiamo avuto solo strumentalizzazioni e demagogia”.

   

Tuttavia quella che doveva essere la grande possibilità del M5s di rendere un po’ meno amare le percentuali di consenso tra Milano e Venezia, si è trasformata, anche vista la necessità nazionale del M5s di sparare sulla Lega (causa legge elettorale), in mezzo-incubo e quasi-tragedia. Come fare, infatti, a rivendicare di aver intercettato il volere “dal basso” dei cittadini autonomisti, non appiattendosi nel contempo sul Matteo Salvini con cui non è più epoca di convergenza? E come farà Buffagni a mantenere il profilo istituzionale da Di Maio del Nord senza apparire in contraddizione con il se stesso autonomista? (Domani, intanto, la mezza-sentenza).

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