Un po' di numeri per spiegare perché le primarie del Pd sono meglio delle “luiginarie” del M5s

Secondo i sondaggi, in sette giorni, il Movimento ha perso oltre un punto percentuale. “Colpa” della consultazione online che al contrario, nel caso dei Democratici, ha sempre fatto crescere i consensi

27 Settembre 2017 alle 17:03

Un po' di numeri per spiegare perché le “luiginarie” sono un boomerang per il M5s

Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Meno 1,2 per cento. Questo è quanto ha perso (dal 28,3 al 27,1) il Movimento 5 Stelle nell’ultima settimana, secondo il più recente sondaggio di Emg Acqua commissionato dal Tg La7. Non è il solo: anche Tecnè per Tgcom24 segnala una perdita dello 0,7 per cento ed il sorpasso del Pd. I sondaggi non ci azzeccano più, si dirà: già dai prossimi giorni si potrà verificare se si tratta di un trend percepito anche da altre rilevazioni. Se così fosse, nella sede della Casaleggio Associati non potrà che accendersi una sirena d’allarme.

 

Da quando esistono, le primarie – oltre alla selezione della classe dirigente – hanno lo scopo di accendere i riflettori sul dibattito interno al partito, fare conoscere i candidati e le proposte in campo. L’unico grande partito italiano ad aprirsi in modo massiccio al meccanismo delle primarie, il Partito democratico, lo sa bene: da sempre sfrutta queste occasioni di visibilità per crescere nelle dichiarazioni di voto.

 

Il Pd ha sempre beneficiato di un clima favorevole quando ha messo in discussione la propria leadership, sia quando la competizione era scontata (Veltroni, Renzi nel 2017), sia quando è stata più accesa (Franceschini-Bersani, Renzi-Bersani). Secondo le serie storiche dei sondaggi messe a disposizione da YouTrend, attraverso cui è possibile calcolare le medie mensili in modo da rintracciare i trend, nel 2009 il neonato Partito democratico, nel periodo precedente e successivo alle primarie di Bersani, guadagnò quasi 6 punti percentuali rispetto ai risultati delle elezioni europee dello stesso anno. Nel 2012, grazie allo scontro della rottamazione tra Renzi e Bersani, il Pd guadagnò addirittura 6,8 punti. L’anno successivo, il plebiscito di Renzi contro Cuperlo e Civati fece guadagnare al partito 3 punti e mezzo e qualche mese fa le primarie che hanno consegnato un nuovo mandato a Matteo Renzi hanno permesso al Pd di tornare primo partito, superando proprio il Movimento 5 stelle.

 

Un trend virtuoso da cui invece i grillini non sembrano essere condizionati, anzi. Molto si è discusso della democrazia interna al Movimento e del senso di organizzare una consultazione tanto scontata. Ma, si sa, la democrazia interna ai partiti non è una peculiarità della politica italiana. Il punto su cui soffermarsi è piuttosto la pianificazione delle votazioni online M5s: dopo due anni di annunci, era lecito attendersi un’organizzazione all’altezza dell’evento. Ma più i giorni passavano, più pareva chiara la scelta del Movimento 5 stelle di blindare le votazioni e rendere non scalabile la propria gerarchia interna. L’annuncio ufficiale della votazione e le regole sono state pubblicate sul blog di Grillo solo il 15 settembre. I candidati avrebbero avuto meno di tre giorni per avanzare le proprie candidature, e tre giorni per presentare le proprie proposte e farsi conoscere. Una farsa, vista la potenza mediatica offerta negli ultimi anni a Luigi Di Maio.

 

Una farsa di cui ora si raccolgono i frutti. La comunicazione dei massi media sul Movimento è stata in gran parte negativa, e pare aver prodotto effetti nefasti sia sulla partecipazione al voto (poco più di 37mila voti, sui 140mila aventi diritto), sia sui sondaggi dei giorni seguenti. Salvatore Borghese, analista di Quorum e caporedattore di YouTrend, se la spiega così: “Il Pd, mettendo periodicamente in discussione la propria leadership e di conseguenza la propria linea politica, risulta potenzialmente più attrattivo per una fetta di elettori che non l'hanno gradito in precedenza, ma che di fronte a un cambiamento potrebbero tornare a prenderlo in considerazione. Questa dinamica, sommata all'effetto-mobilitazione tipico di qualunque campagna, fa sì che i consensi rimangano su livelli più alti anche per un periodo successivo alla competizione”. Diverso è invece il caso del Movimento 5 stelle, che non sembra avere offerto alternative né cambi di linea ai propri elettori consolidati e potenziali. Ecco spiegato il motivo per cui, secondo Borghese, “l’effetto è stato quasi nullo, e anzi una consultazione così palesemente farlocca ha avuto un effetto boomerang se non sugli elettori consolidati certamente su quelli potenziali”.

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