Walter Veltroni (foto LaPresse)

Perché il partito di Repubblica ha scelto di scommettere sulla morte del Pd

Claudio Cerasa

Veltroni nel 2007 spiegava che il neonato Pd doveva correre da solo. Un manifesto tradito

Ma senza “you soli” che cosa resta del Pd? Arrivati a questo punto della storia, ovvero della complicata storia della sinistra italiana, bisogna dire le cose come stanno, ed è inutile girarci attorno. Uccidere il Partito democratico, in questo momento, non è più un’opzione che appartiene alla categoria della fiction politica ma è una possibilità concreta, vera, che la sinistra, e ovviamente il Pd, deve cominciare a considerare come tale. E’ questo l’obiettivo prioritario di tutti coloro che sono usciti dal Pd, come è evidente. Ma al contrario di quello che si potrebbe credere il grilletto più pericoloso premuto sulla testa del Pd non è quello con cui gioca da settimane il fronte progressista guidato più dal partito di Repubblica che dal partito di Pisapia.

 

Il fronte più pericoloso, per il Pd, è quello che da settimane si muove all’interno dello stesso Pd e che ha cominciato a teorizzare la fine del progetto del Pd in modo implicito, nascondendo il grilletto dietro quella che potrebbe sembrare solo una semplice critica a Renzi. Per comprendere quello che davvero sta succedendo a sinistra, l’espressione chiave da cui partire è questa e solo apparentemente si tratta di un’espressione neutrale: “Serve una coalizione del centrosinistra” (con conseguente, magari, “modifica della legge elettorale”). Sostenere che il Pd, senza una coalizione, sia morto e sepolto non significa voler allargare il perimetro del Pd, ma significa certificare che il centrosinistra, entità politica che in nome della vocazione maggioritaria doveva essere rappresentato da un unico partito per superare i disastri della stagione dell’Ulivo, ha bisogno di fare quello che sostiene da una vita Massimo D’Alema, il vero e geniale sabotatore del Pd: recuperare il trattino. Inserire un trattino tra la parola centro e la parola sinistra, che è esattamente quello che sognano di fare tutti coloro che in queste ore consigliano al segretario del Pd di allearsi con i D’Alema, i Pisapia, i Bersani, gli Speranza, significa voler certificare che l’amalgama non è riuscito e che il centrosinistra può esistere solo se c’è un partito che si occupa di conquistare il centro (il Pd) e uno che si occupa di conquistare la sinistra (la sinistra a sinistra del Pd). E’ una formula facile e lineare, la negazione del “you soli”, dell’andare soli alle elezioni, che è stata sperimentata più volte in Italia con risultati disastrosi e che per quanto possa essere seducente, per qualcuno, costituisce, in realtà, la fine dell’idea stessa del Pd.

 

In molti fingono di non ricordarselo, birboni, ma nel febbraio del 2008 furono i saggi del Pd a spiegare chiaramente che il Partito democratico nasceva proprio per superare la formula dell’Ulivo e dell’Unione. Passaggio del manifesto dei valori, paragrafo cinque. “La vocazione maggioritaria del Partito democratico, il suo proporsi come partito del paese, come grande forza nazionale, si manifesta nel pensare se stesso, la propria identità e la propria politica, non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più o meno grandi della società, ma come proiezione della sua profonda aderenza alle articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo della storia italiana e della complessità della società contemporanea, in una visione più ampia dell’interesse generale e in una sintesi di governo, che sia in grado di dare adeguate risposte ai grandi problemi del presente e del futuro. Nasce da qui l’esigenza di costruire un bipolarismo nuovo, fondato su chiare alleanze per il governo e non più su coalizioni eterogenee, il cui solo obiettivo sia battere l’avversario”.

 

Andare da soli alle elezioni, dunque. Liberarsi dalle catene delle armate Brancaleone. Non avere paura di avere nemici a sinistra. 

 

Educare gli elettori a votare il partito più di governo che di lotta. Era questa la logica con cui nacque il Pd. Ed è questa la logica che viene oggi incredibilmente negata anche da chi con convinzione dieci anni fa sostenne quel progetto. Piccolo ricordo personale. Era il 2007, le primarie del Pd erano da poco state celebrate e il primo segretario del Partito democratico, Walter Veltroni, scelse di rilasciare la sua prima intervista a questo giornale, a una ciliegina. La chiacchierata fu molto densa ma alla fine dei conti c’era un messaggio politico sul quale scelse di puntare l’allora sindaco di Roma: come presentarsi alle successive elezioni. Veltroni fu chiaro e spericolato: il Pd, disse, doveva correre da solo, a prescindere da quale sarebbe stata la futura legge elettorale. “La mia idea – argomentò Veltroni – è che, anche unilateralmente e anche a prescindere dalla legge elettorale, si possa rompere il sistema di vincoli che sono discesi per tredici anni da quel modello di mondo politico separato dalle due contrapposizioni. Ed è per questo che noi siamo disposti ad andare da soli, proprio per segnare questo elemento di discontinuità che è necessario al paese”.

 

Il ragionamento di Veltroni – passaggio importante e attuale – avveniva in un contesto molto particolare. Veltroni, come Renzi oggi, sapeva perfettamente che la giusta dimensione del Pd era quella maggioritaria ma anche in mancanza di una cornice di quel tipo il neonato Pd, diceva Veltroni, non poteva in nessun modo rinunciare alla sua vocazione maggioritaria alleandosi con qualcuno. “Le leggi elettorali sono funzioni di ciò di cui un paese ha bisogno in un determinato momento storico. Noi abbiamo sperimentato un sistema maggioritario con il premio di coalizione; e non ha funzionato. Bisogna prenderne atto. Ovvio: se mi si chiede qual è la soluzione che preferisco è il sistema francese. Elezione diretta del presidente della Repubblica e sistema a doppio turno. Ma siccome sono un uomo politico, e so che bisogna fare i conti con la realtà, verifico che oggi la convergenza più elevata è sul sistema proporzionale: e quello che mi sforzo di fare è un sistema proporzionale che non butti a mare il bipolarismo e che non metta l’Italia nella condizione di ingovernabilità”. Le cose poi andarono diversamente. La legge Calderoli non venne modificata. Le coalizioni rimasero. Veltroni venne attaccato duramente da D’Alema e compagnia per la sua dottrina devota più all’autosufficienza che alla vocazione maggioritaria. Alla fine il segretario del Pd scelse di non andare alle elezioni da solo e si alleò con l’Idv di Antonio Di Pietro che mollò il Pd un secondo dopo le elezioni del 2008. Ma il senso originario del Pd era quello – “mi raccomando, puntiamo su quello, la novità del Pd è andare alle elezioni da solo, ti consiglieri di puntare su questo”, disse con tono paterno l’allora leader del partito all’autore dell’intervista. E per quanto lo scenario sia cambiato, oggi, è difficile non pensare a quelle parole, e al senso originario del Pd, di fronte a un segretario del Pd che invoca la necessità di andare alle elezioni da soli e un fronte guidato da D’Alema che invoca la necessità del Pd di non andare alle elezioni da solo. Il dato curioso non è che il partito della nostalgia guidato dai fratelli dalemiani sogni di reintrodurre il trattino tra la parola centro e la parola sinistra.

 

Il dato sorprendente è che sono gli azionisti del Pd – guidati da Repubblica, il cui editore, tra il serio e il faceto, come ricorderete rivendicò, in un convegno in compagnia di Walter Veltroni e Francesco Rutelli. di aver preso la tessera numero uno del Pd – a essersi convinti dell’idea che il Pd abbia un senso solo se va nella direzione opposta rispetto a quella imboccata quando nacque il Pd. E l’assetto tattico naturalmente va tenuto all’interno di un ragionamento più grande perché nel momento in cui si sceglie di mettere da parte il senso culturale del Partito democratico non si può che accettare di mettere da parte anche una visione che va ben oltre il tema delle alleanze elettorali. Chiedere al Pd di rinunciare al bagaglio di riforme messo in campo negli ultimi anni attraverso l’esperienza di governo (la flessibilità in primis) non significa solo chiedere di rinnegare il renzismo ma significa chiedere di rinnegare il senso della missione del Pd. “Ovunque – leggiamo ancora dal manifesto dei valori del Pd, anno 2008 – il lavoro si è enormemente differenziato, anche perché la velocità dei processi innovativi impone flessibilità e frequenti cambiamenti nel corso della vita lavorativa. Ma è la natura stessa della produzione a chiedere sempre meno fatica e sempre più partecipazione, sapere, intelligenza, ed è questo a richiedere non la riduzione del lavoro a merce precaria esposta a continui pericoli anche mortali, bensì la sua tutela e la valorizzazione del suo ruolo sociale”. “La detassazione degli straordinari – disse Veltroni sempre nella stessa intervista – va vista dentro un contesto di accordo sulla produttività.

 

La questione, in Italia, è che il paese cresce poco e che i salari crescono poco. Oggi c’è bisogno di fare un grande accordo sociale fondato sulla produttività, che consenta, anche attraverso l’utilizzo dello strumento fiscale, la riduzione della pressione fiscale sul costo del lavoro e che permetta alle imprese di alleggerire il costo e agli operai di guadagnare di più”. Andare contro questo modello, il modello di un partito che scommette sulla flessibilità per creare più lavoro e dare più energie alle imprese, è l’altro lato della battaglia politica che si sta giocando nella sinistra italiana e riportare progressivamente il centro trattino sinistra tra le braccia della Cgil è una conseguenza naturale della possibile morte del Pd. La rimozione dell’idea originaria del Partito democratico non è però isolata e si accompagna a un’altra rimozione non meno importante che è quella che riguarda un preciso arco temporale della nostra Repubblica, che è quello che va dal novembre 2007 al maggio 2008, gli ultimi giorni del decadente impero dell’Unione. L’operazione rimozione, di cui Repubblica è protagonista al punto da avere il coraggio di riproporre proprio il modello Prodi come alternativa al modello Pd, è cruciale ed è fondamentale: senza spiegare cosa era diventato l’Ulivo, con relativa implosione dell’Unione, è infatti impossibile dimostrare che serve un nuovo Ulivo per superare il partito che è nato dalle ceneri dell’Ulivo, e senza ricordare i giorni drammatici del 2008, che portarono alla fine dell’Unione, è impossibile mettere a fuoco che il Pd è nato proprio per superare quel fallimento, non per riprodurlo. Nell’ambito della distruzione del Pd, l’operazione rimozione dell’Unione è un passaggio cruciale in quanto permette di dimenticare non solo gli orrori dell’Unione ma anche il contesto da cui nacque il Pd. Rimuovere quel periodo della storia della nostra Repubblica permette di dire che il Pd nel 2008 ha perso le elezioni non perché si portava dietro il disastro del governo Prodi ma perché, ovviamente, si è presentato alle elezioni con pochi alleati. Ma soprattutto permette di dire che il Pd ha senso se fa l’esatto contrario di quello per cui è nato, accettando di essere un partito a vocazione minoritaria e rinunciando definitivamente ad archiviare la sinistra del passato. In ballo, a sinistra, oggi c’è questo, non il destino di Matteo Renzi. Con la scusa delle coalizioni e della legge elettorale, non vogliono uccidere solo una leadership e rinnegare lo “you soli”. Stavolta vogliono davvero uccidere il Pd – e non è detto che la missione non riesca.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.