Lo sciopero di oggi dimostra perché la politica deve scommettere sulla logica dell’efficienza

I sindacati non capiscono la globalizzazione, la politica valorizzi l’Italia che funziona, non le alleanze

Lo sciopero di oggi dimostra che la politica deve scommettere sulla logica dell’efficienza

Foto LaPresse

Nel corso della giornata di oggi, migliaia di italiani tenteranno di spostarsi da una parte all’altra del nostro paese, o semplicemente da una parte all’altra di una nostra città, e trovandosi impossibilitati a prendere un aereo, a salire su un treno, a montare su un autobus, ad accomodarsi su una metropolitana con sguardo disorientato e rassegnato si chiederanno semplicemente una cosa: perché? Il “perché” che migliaia di italiani faranno rimbombare oggi nelle proprie teste è apparentemente senza risposte e senza soluzioni. Inutile chiedersi perché gli scioperi siano sempre di venerdì, dunque a cavallo del weekend, perché purtroppo la risposta è quella che vi sta passando per la testa e ha la forma di un ponte. Più utile, forse, chiedersi come sia possibile vivere sulla nostra pelle degli scioperi rispetto ai quali gli scioperanti neanche riescono più a spiegare per quali ragioni abbiano scelto la via dello sciopero. Più utile, forse, chiedersi come sia possibile giustificare l’assenza di una classe politica capace di intestarsi con credibilità una tosta battaglia in difesa dell’unico vero diritto per il quale i sindacati dovrebbero scioperare: il diritto ad avere un’azienda che basa le sue performance sul dovere dell’efficienza. Proviamo a passare in rassegna il primo perché.

 

Ma, esattamente, per cosa scioperano oggi Cub, Sgb, Cobas lavoro privato e Usb? La protesta, così recita il comunicato, è stata indetta a “difesa del diritto di sciopero e contro le privatizzazioni e liberalizzazioni del settore” e può stupire fino a un certo punto che non sia perfettamente chiaro che cosa significhi scioperare “a difesa del diritto di sciopero”.

 

Più interessante allora concentrarsi sulla seconda parte delle ragioni dello sciopero – contro le privatizzazioni e liberalizzazioni del settore – che ci permettono di capire bene perché gli unici sindacalisti che si possono permettere di scioperare contro le privatizzazioni e le liberalizzazioni sono quelli che vivono all’interno di una grande bolla chiamata rendita di posizione. Chi vive all’interno di una rendita di posizione sciopera sempre nel momento in cui la sua rendita viene messa in discussione e i sindacalisti che oggi proveranno a bloccare treni, aerei, autobus e metropolitane in fondo non stanno combattendo solo contro le privatizzazioni, ma stanno combattendo contro un’idea diversa: l’idea (e a volte basta solo l’idea) di dover accettare un’azienda orientata a costruire un futuro basandosi più sulla produttività e sulla lotta agli sprechi che sull’assistenzialismo e la difesa delle rendite. Marco Bentivogli, sindacalista della Fim-Cisl che andrebbe clonato, usa spesso una metafora molto efficace per descrivere la surreale paura del futuro mostrata spesso da alcuni suoi colleghi sindacalisti: “Se la sostenibilità la raggiungessimo fermando la tecnologia, allora dovremmo proporre di tornare all’aratro a trazione umana, perché quella animale cancellò tantissimi posti di lavoro. E così anche i bancomat, le pompe di benzina, i pc, perfino i rasoi elettrici e le lavatrici”. L’idea della guerra alla tecnologia è speculare all’idea scellerata di dover combattere contro la modernizzazione di un’azienda e da questo punto può sorprendere fino a un certo punto un altro paradosso di fronte al quale ci troveremo oggi tra uno sciopero e l’altro che coincide con un’altra domanda: come è possibile che in un’azienda sull’orlo del fallimento (Alitalia) siano presenti sindacalisti convinti che sia un bene dirottare passeggeri su altre compagnie più in salute della propria e scioperare nel momento stesso in cui vi è la propria azienda che lotta in modo disperato per la propria sopravvivenza?

Come è diventato triste e inutile lo sciopero fisso del venerdì

Siamo stabilmente ai “venerdì dell’autoferrotranviere”, capaci di gettare nel panico e di generare crisi isteriche tra casalinghe e studenti e pensionati e lavoratori tutti. C’era, intorno allo sciopero, un’aria oltre che di lotta, di festevole partecipazione, di masse in felice e solidale soccorso ad altre masse in trincea, di comune destino. Nulla di tutto questo esiste più.

La ragione di quello che potrebbe apparire solo un incomprensibile suicidio di massa è in realtà chiara ed è simile a quella che il 21 aprile 2017 ha portato migliaia di lavoratori di Alitalia a votare No al referendum per il salvataggio della compagnia: l’incapacità dei sindacati, come ha ricordato tempo fa Pietro Ichino su questo giornale, di mettere a fuoco l’effetto positivo che la globalizzazione può produrre per i lavoratori, se essi sanno sfruttarlo a dovere; la possibilità di ingaggiare chi, tra gli imprenditori più competenti e affidabili di tutto il mondo, meglio sa valorizzare il loro lavoro. In base a questa logica, in una fase di difficoltà, le aziende che hanno la possibilità di usufruire di un paracadute pubblico si ritrovano spesso di fronte al dramma di truppe di lavoratori che non sentono in alcun modo l’esigenza di adeguare il proprio comportamento a un mondo che sta cambiando e che per questo si fanno guidare dall’idea che sia più importante difendere il proprio posto di lavoro prima ancora del posto in cui si lavora. I risultati di questo approccio sono scioperi come quelli di oggi, che risultano incomprensibili non solo per le ragioni da cui nascono ma anche per gli effetti che producono. Se l’idea è quella di bloccare l’Italia per difendere il diritto di ciascun lavoratore a non dover fare i conti con il mercato, alla fine di uno sciopero senza senso come quello di oggi l’effetto sarà quello opposto e sarà quello di rafforzare l’idea che sia un diritto per tutti, per i lavoratori e soprattutto i consumatori, avere un’azienda che basa le sue performance sul dovere dell’efficienza. Valorizzare l’Italia dell’efficienza è la grande sfida dell’Italia sindacale di oggi ma in fondo è anche la grande sfida dell’Italia politica di domani. C’è un pezzo di paese probabilmente maggioritario che cerca disperatamente un leader che senza demagogia sappia combattere le rendite di posizione. La grande sfida del riformismo è questa e forse conta persino di più di un’alleanza con Giuliano Pisapia o di una coalizione con Giorgia Meloni.

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  • luigi.desa

    16 Giugno 2017 - 20:08

    In America fino agli anni 70 ( storia e film , Brando , Stallone) i sindacati eran in mano a Cosa Nostra Il sindacato nazionale dei trasporti il più potente ( senza trasporto uno stato è morto) in mano a Cosa Nostra che vedi caso era chiamata anche " Il sindacato". Lungi dall'affermare che il trasporto italiano sia in mano alla mafia ( eppure in certi settori come quello dei rifiuti ), ma in particolare quello del trasporto pubblico l'idea di una qualche mafietta viene. Se la magistratura ha individuato criminali da 416 bis in vecchi arnesi delle delinquenza romana come Carminati o peggio Buzzi,pensare che il sindacato del trasporto urbano a Roma specialmente sia in mano a una mafietta casalinga tutta dedita alle gite fori porta nel fine settimana ci sta,proprio per le ragioni che denuncia il Foglio .I sindacati trasporto pubblico non hanno alcuna idea di dove vogliono arrivare .Al loro confronto Grillo è Alcide De Gasperi.

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  • luigi.desa

    16 Giugno 2017 - 17:05

    Ho passato fino ai 20 anni a contare il centesimo prima di spenderlo.Che i lavoratori facciano sciopero sempre il venerdi fa supporre che vogliano fare ogni settimana un bel weekend,se ne deduce che sono super pagati infatti i lavoratori italiani questo lusso non e lo possono permettere . Ma per essere con i piedi per terra fanno un secondo lavoro come il portiere del mio condominio che sparisce il venerdì alle 18.00. Infatti l'Italia ha un doppio pil quello che riferisce il ministero della economia e quello del lavoro nero e del doppio lavoro. Io da giovine per mantenermi la spaider e gauderie annesse facevo 3 lavori.

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  • giuseppe.pizzonia

    16 Giugno 2017 - 14:02

    Da almeno vent'anni, almeno un venerdì al mese è dedicato allo sciopero rituale dei trasporti, sopra tutto a Roma. E' dunque evidente: 1) che lo sciopero è inutile, diversamente in vent'anni avrebbero ottenuto qualcosa; 2) le motivazioni sono irrilevanti, diversamente avrebbero meritato proteste ben più incisive. Sarebbero capaci questi sindacalisti del week end di sostenere uno o due mesi di sciopero a oltranza? Se la battaglia fosse davvero importante, dovrebbero essere pronti a questo; evidentemente non è così, evidentemente, il loro seguito non dura più di un week end. Il fatto di confrontarsi con soggetti di tal fatta è solo l'ennesima dimostrazione di un paese in ineluttabile declino.

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  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    16 Giugno 2017 - 10:10

    Che i sindacati non capiscano la globalizzazione è cosa bella e buona. Che lo capiscano con la ragione che ignora due secoli di storia (lo sciopero oggi è solo ciarla!) è problema ancor più grave di una globalizzazione raccontata male, in rispetto all'interesse meschino di pochi e a danno delle moltitudini, alcune delle quali si vedono costrette a fuggire e migrare, mentre le altre si sentono minacciate dalle prime. Questa grandiosa odissea non viene nemmeno percepita dalla politica italiana per la quale il tempo è scaduto da quando gli Stati sovrani hanno deposto lo scettro, nel parlamento europeo, ai piedi dei lobbisti della finanza e dei mercati. GAME OVER

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