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Staccate quella spina

Cara Repubblica, davvero teniamo in vita una legislatura per provvedimenti così?

L’ultima trovata dei nemici del voto, che vorrebbero esercitare una sorta di accanimento terapeutico su un governo che ha esaurito il suo compito e una maggioranza che si è palesemente sfasciata, è un elenco di provvedimenti che languono da mesi nelle aule o nelle commissioni parlamentari. Naturalmente in ogni legislatura ci sono progetti di legge che non arrivano al termine del loro iter nel momento dello scioglimento delle Camere. Se si tratta di provvedimenti utili e che godono di un consenso sufficiente vengono ripresi nella legislatura successiva, altrimenti la loro decadenza fa cessare un inutile rimpallo tra le Camere (che è peraltro effetto del bicameralismo perfetto che l’elettorato ha deciso di mantenere in vigore bocciando col referendum la riforma). Allora la domanda è: perché c’è tanta urgenza di far passare in extremis la liberalizzazione delle droghe leggere, l’eutanasia passiva pudicamente travestita da testamento biologico, la manomissione delle garanzie della difesa contenuta nella legge che, assimilando la corruzione all’associazione mafiosa, permetterebbe di perseguire gli imputati e di sequestrare i loro beni prima di una condanna definitiva? Per non parlare della cittadinanza concessa a chi nasca sul territorio nazionale?

 

Davvero sono queste le riforme di cui l’Italia non può fare a meno? Alcune in realtà sono assai discutibili nel merito, e se non hanno ottenuto finora un’approvazione è proprio perché su di esse c’è una profonda divisione, sia tra i rappresentanti politici sia nel paese. Le elezioni, in democrazia, sono la via maestra per decidere quali siano le scelte che ottengono il maggiore consenso (il che non significa naturalmente che siano solo per questo quelle giuste, ma sarebbe ancora più assurdo sostenere che lo siano quelle che ottengono un consenso minore). La melassa moralistica in cui sono inviluppate proposte che mescolano buonismo e giustizialismo vendicativo riempie le pagine dei giornali, tanto che Repubblica ne ha fatto addirittura l’argomento di una campagna, ma questo non costituisce una piattaforma politica coerente e ragionevole: non erano punti programmatici del governo in carica, e sono solo la base per l’ultima (si spera) agitazione propagandistica di questa fase politica ormai al tramonto.

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