Matteo Renzi (foto LaPresse)

Il Renzi 2 non sarà una copia sbiadita del Renzi 1 solo a due condizioni

Claudio Cerasa

Dopo la vittoria alle primarie, per evitare la sindrome Hamon il segretario ha due strade da seguire: andare alle elezioni di corsa e da solo e scommettere sul sistema semipresidenziale francese. E' l'ultima occasione, conviene non sprecarla

Archiviata la partita delle primarie del Partito democratico, che hanno visto come era ampiamente prevedibile la vittoria di Matteo Renzi, che diventa così l’unico segretario della breve storia del Pd ad aver raddoppiato il suo mandato, più che concentrarsi sui dettagli, sull’affluenza, sulla percentuale dei voti, sulle alleanze possibili, sul rapporto con Giuliano Pisapia, vale la pena fermarsi un attimo e provare a rispondere ad alcune domande semplici che ruotano tutte attorno a un unico grande tema sintetizzabile in quattro lettere: e ora? I voti ottenuti alle primarie contano quello che contano e sono ovviamente importanti, ma per capire qual è la vera sfida del nuovo segretario del Pd, oggi, basta osservare cosa è successo in Francia con l’omologo di Renzi, Benoît Hamon. Le primarie dei socialisti francesi sono state un successo che ha coinvolto la bellezza di 2.037.563 elettori – e per un partito come il Ps che ha circa 60 mila tesserati (il Pd ne ha otto volte di più, circa 450 mila) raggiungere una cifra del genere non era facile e fa impressione rapportandola alla partecipazione italiana – ma il problema del leader dei socialisti francesi è stato quello che è accaduto un minuto dopo la legittimazione popolare: nessuno ha creduto al progetto di Hamon tranne gli elettori di Hamon; e alla fine al primo turno delle elezioni presidenziali è andato a votare per il Partito socialista un numero di elettori grosso modo sovrapponibile a quello registrato alle primarie (2.291.565).

 

Il problema che Matteo Renzi ha a partire da oggi, dunque, è quello di evitare la sindrome Hamon e cercare un modo per parlare a quel bacino di elettori (circa 14 milioni) che il 4 dicembre 2016 ha creduto nella sua scommessa (finita a schifio) di riforma costituzionale. Sembra facile da dire, ma come si fa? E, soprattutto, esiste un modo pratico per far sì che il Renzi 2 non sia solo una copia sbiadita, opaca, in bianco e nero, del Renzi 1? Il tentativo di passare dallo schema della tattica a quello della visione è la vera scommessa del Pd renziano (e al netto dell’affluenza non è banale che dopo quattro anni di trasformazione genetica renziana il renzismo sia stato non espulso ma confermato con decisione alla guida del più importante partito progressista europeo). Ed è una scommessa che si può vincere solo seguendo due percorsi precisi. Il primo riguarda il presente, il secondo riguarda il futuro. Nel primo percorso la partita di Renzi passa da una scelta precisa che riguarda l’identità del Pd: il posizionamento. Il posizionamento di un partito dipende da molti fattori specifici e sarà interessante capire se Renzi intende raddoppiare la posta del renzismo o rinunciare al suo progetto originario andando a rincorrere il grillismo. Ma per definire il suo posizionamento, Renzi ha una carta importante da giocare che gli potrebbe permettere di trasformare il Partito democratico nel vero centro della politica italiana. E quella mossa, forse, sarebbe l’unica possibile per tentare di riproporre uno schema di vocazione maggioritaria, molto difficile nell’èra proporzionale delle piccole tribù politiche: prepararsi ad andare presto alle prossime elezioni (a ottobre, prima della legge di stabilità) e prepararsi a farlo da solo, senza alleanze, tentando così di ripetere lo stesso modello adottato nel 2014 alle europee e trasformando la scissione del Pd non in un punto di debolezza ma in uno straordinario punto di forza, nella vera e definitiva rottura con la cultura dell’ancien régime progressista. Non ci potrà essere alcuna innovazione all’interno della piattaforma renziana se questo schema non verrà consolidato. Ed è evidente che per presidiare con efficacia il terreno dell’anti sovranismo, dell’anti nazionalismo, dell’anti populismo, il nuovo segretario Pd ha il dovere di essere alternativo fino in fondo al grillismo. E per farlo, per una volta, dovrebbe copiare l’unica strategia giusta portata avanti dal Movimento 5 stelle: alle elezioni l’unione non fa la forza, ma fa la debolezza, e per questo è bene che ognuno vada da solo alle urne, e poi si vedrà.

 

Se Renzi seguirà questa traccia, l’unica possibile per non far diventare il Pd di oggi la bad company del Pd originario, avrà la possibilità di esprimere una novità concreta, segnare una rottura con il passato recente della sinistra italiana (dalla Prima Repubblica a oggi non è mai successo che il più grande partito progressista del nostro paese si sia presentato da solo alle elezioni politiche) ed essere meno condizionato nell’offrire una piattaforma competitiva che a oggi non può prescindere almeno da cinque concetti chiave: concorrenza, produttività, liberalizzazioni, taglio delle tasse, canale di accesso privilegiato per rendere più vantaggioso per le aziende italiane l’assunzione di giovani. Ma la partita di Renzi potrà avere un senso solo se il segretario Pd riuscirà a trovare anche un altro modo per fare quello che gli era riuscito bene all’inizio del suo percorso: provare cioè a essere il punto di incontro naturale tra un progressismo rinnovato e un conservatorismo moderato. La riforma costituzionale, pace all’anima sua, era l’occasione naturale per far convergere i due mondi ma una volta accettato il fatto che quella riforma non c’è più, il nuovo segretario del Pd ha oggi un’altra carta chiara per raddoppiare la posta e intestarsi un nuovo formidabile e trasversale progetto della nazione, che avrebbe un senso particolare nel caso in cui Macron dovesse vincere in Francia il ballottaggio di domenica prossima: non perdere tempo a fare in fretta e furia in questa legislatura una pasticciata legge elettorale ma intestarsi da subito una battaglia che potrebbe evitare all’Italia l’eterno ritorno alla Prima Repubblica, portando magicamente il nostro paese direttamente alla Quinta Repubblica, a partire dalla prossima legislatura. La mossa è evidente e coincide con una battaglia cara tanto al padre fondatore del centrodestra moderno (Berlusconi) quanto al padre fondatore del centrosinistra moderno (Prodi): l’esportazione in Italia del sistema semipresidenziale francese, ovvero l’elezione diretta del capo dello stato attraverso – wow! – un doppio turno elettorale. E per intestarsi questa battaglia di civiltà, Renzi non dovrebbe necessariamente rifarsi alle parole di Berlusconi ma dovrebbe semplicemente imparare a memoria le parole offerte da Romano Prodi nel 2013, sul Messaggero, poco dopo le ultime elezioni politiche: “Di fronte a questa complessa situazione non presumo di offrire una ricetta che possa piacere a tutti ma solo richiamare l’attenzione sulla necessità di un sistema elettorale capace di dare al Paese un governo forte e stabile… Non vi è dubbio che il sistema più adatto per ottenere quest’obiettivo sia il doppio turno alla francese, semipresidenzialismo compreso. Nella prima votazione gli elettori possono esprimere una scelta precisamente mirata sulle proprie preferenze nell’ambito dei numerosi partiti che figurano sulla scheda. Nel secondo turno si esprimeranno poi in favore di uno dei due candidati che hanno ricevuto il più alto numero di voti nel primo turno. Nella prima tornata si fotografa il paese, nella seconda si affida al vincitore il compito di governarlo con un mandato stabile per un’intera legislatura”.

 

Con un sogno capace di scardinare il perimetro del centrosinistra, il momento populista può essere combattuto. Senza un sogno capace di far uscire il nuovo segretario del Pd dall’epoca della politica in bianco e nero, le possibilità che Renzi sia colpito dalla sindrome Hamon sono tutt’altro che remote. La questione, in fondo, è evidente. Renzi non è più una novità. Ma una novità può salvare Renzi, e con lui ciò che resta della cultura riformista e anti grillina del nostro paese. E’ l’ultima occasione, conviene non sprecarla.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.