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Pezzi grossi leghisti dicono che Salvini non deve più seguire il modello Le Pen

Nessuna fronda ma la base della Lega è in subbuglio per la deriva lepenista del Carroccio che sembra aver dimenticato le sue radici: l’agognata Padania libera

20 Marzo 2017 alle 09:27

Pezzi grossi leghisti dicono che Salvini non deve più seguire il modello Le Pen

Matto Salvini sul palco di Napoli (foto LaPresse)

Milano. Nessuno vuole ammettere che sia in corso una fronda contro il segretario federale della Lega Nord, Matteo Salvini, ma la base del movimento è in subbuglio da tempo per la deriva lepenista del Carroccio che sembra aver dimenticato le sue radici: l’agognata Padania libera. E il recente viaggio napoletano di Salvini ha spinto alcuni dirigenti ad esporsi. Come ha spiegato al Foglio un esponente importante della Lega, l’assessore regionale all’Agricoltura della Lombardia Gianni Fava, parlamentare per tre legislature. “La Lega deve continuare ad essere il sindacato del Nord”, ci ha detto. “Salvini è il segretario e attaccarlo è sbagliato perché danneggia la Lega, ma io non ho problemi ad espormi perché esiste una questione politica, non personale. La tattica di Salvini è chiara: vuole accreditarsi come potenziale candidato premier da segretario della Lega, ma la strategia deve continuare a puntare all’autonomia del nord. Come diceva Bossi 25 anni fa, non siamo né di destra né di sinistra ma al di sopra, al nord. E la questione settentrionale è più attuale oggi di 25 anni fa, perché la crisi economica ci consegna un paese sempre più diviso tra chi tira il carro e chi si fa trascinare”.

 

E anche se Gianni Fava precisa che non vuole fare il capopopolo, è chiaro che ormai esiste un movimento trasversale anche all’esterno di ciò che è rimasto del cerchio magico di Bossi e segue le “linee guida” del padre nobile della Lega in netto contrasto con la strategia e/o tattica di Salvini. Non è un caso, infatti, che in Parlamento ci siano una decina di parlamentari che non approvano le mosse di Salvini, anche se non si espongono per non mettere a rischio la propria posizione. E pare che persino la metà del consiglio federale della Lega sia contraria all’avventura di Salvini al sud.

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Dice il parlamentare leghsita Gianluca Pini al Foglio: “Nessuna fronda, calma e gesso. Il segretario della Lega si chiama Matteo Salvini, ma io non ho problemi a esporre le mie riserve. La Lega deve conservare la sua identità del sindacato del nord. Può allearsi a movimenti già esistenti, che abbiano come obiettivo l’autonomia dei territori, ma il risultato elettorale al sud alle ultime politiche ha già dimostrato che questa strategia di presentarsi al meridione con il simbolo della Lega non paga. Se poi alcune regioni del sud vogliono seguire l’esempio virtuoso nelle politiche economiche e sociali in Lombardia e in Veneto, sono benvenute. E inoltre sono profondamente convinto che non si debba seguire l’orientamento centralista optato da Marine Le Pen”. Per ora non si riesce a sapere molto di più sul mal di pancia della Lega, quelli veri, non i commenti sui social network.

 

Il governatore veneto, Luca Zaia, sebbene sia noto che non ami Salvini, da bravo doroteo si tiene lontano dalle polemiche, mentre il governatore Roberto Maroni, con il suo abile cerchiobottismo, sostiene il segretario federale: “Il progetto di una Lega di respiro nazionale è una bella sfida, io credo sia possibile, ci sto”. Anche se non bisogna sottovalutare ciò che ha detto Gianni Fava due giorni fa alla Gazzetta di Mantova, sul padre nobile della Lega: “Bossi ha ragione a ricordarci chi siamo e dove dobbiamo andare. Non ha però la forza né la volontà di guidare eventuali correnti interne. Ma attenzione: è un dato di fatto che l’ala autonomista sia ancora maggioritaria tra i militanti della Lega e Salvini non può fingere di non saperlo”.

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Morale: il movimento padano diventato forte con lo slogan “Padroni a casa nostra” si trova ancora una volta davanti allo stesso irrisolto problema: la questione settentrionale. Quale sia la strategia migliore per il Carroccio e chi vincerà questa annosa battaglia, prima di un eventuale congresso, lo decideranno i referendum autonomisti che verranno fatti sia in Veneto sia in Lombardia, quando ancora non si sa.

Cristina Giudici

Cristina Giudici. Preferisce non rivelare quando
è nata (a Milano e dove se no?) perché si illude di essere una signora, ma ha meno di 65 anni. Ha studiato al liceo Oxford Institute, alla Statale, (in tre facoltà diverse), ha vissuto e studiato a Londra quando c'erano ancora i minatori e la lady di ferro. Ha iniziato a fare la giornalista a Radio Popolare, è stata  a lungo in Nicaragua e non si è pentita (del tutto), ma da allora per fortuna ha perso ogni certezza. Ha lavorato per molti giornali e settimanali che non cita perché chi si loda s'imbroglia. Ha scritto due libri, uno sull'islam italiano, ma l’ha fatta franca. E' sposata (e non si è pentita) con Fabio e di lui tutti dicono che è un santo. Era in cerca di emozioni forti e le ha trovate al Foglio, dove si è occupata dei temi più sinistri. In ordine cronologico (e non di priorità): matti, carcerati, magistrati, pedofili, brigatisti, terroristi  islamici, musulmani, scontro di civiltà, questione settentrionale, scuola . Si è divertita molto a scrivere della Padania nella rubrica Noi di Su (con il perfido Crippa). Di lei molti dicono: vota a sinistra, ma è di destra. Perdonateli perchè non sanno quello che dicono. Non sanno che da qualche parte (ma dove??) esiste una sinistra libertaria.  Odia i conformisti, adora le persone confuse, gli irregoiari, gli enigmi. (Infatti ora ha una vespa verde enigma) Si diverte un sacco agli happy hour molto glamour di Marianna Rizzini e ancora di più a perdere tempo su facebook. Ha scritto un libro sulle donne della Lega, che uscirà il 7 aprile.

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