Olanda, Wilders e Rutte dopo le elezioni (foto LaPresse)

L'egemonia c'è, i voti non si vedono

Claudio Cerasa

Molto dipenderà dal risultato di Le Pen ma al momento si può dire che negli ultimi mesi l’Europa ha trovato nuovi anticorpi per sculacciare i populisti. Alcune lezioni dall’Olanda con una triste postilla sui voucher

Le sinistre che rincorrono il passato senza provare a rinnovare se stesse perdono sempre senza appello, le destre che non cedono al populismo spesso riescono a imporsi sugli avversari, le forze anti sistema, ma diciamolo sottovoce, forse non sono così solide come sono state descritte finora. Le elezioni olandesi, dove il progetto liberale ed europeista di Rutte si è imposto sul progetto di rutto e di governo di Wilders, ci hanno regalato una notte di gioia, una mattinata di champagne e molti spunti di riflessione e ci hanno permesso di osservare con mente fredda, nonostante il molto champagne, quello che è successo negli ultimi dodici mesi nel nostro Continente e quello che, ma diciamolo sottovoce, potrebbe capitare nei prossimi dodici mesi.

Il 26 giugno, in Spagna, Mariano Rajoy (Partito popolare, centrodestra) ha preso a sculacciate i ragazzi di Podemos ed è tornato a essere, dopo un numero imprecisato di elezioni tentate, la guida di un paese trasformato e rivoluzionato a colpi di riforme e di jobs act (e anche di voucher). Pochi giorni prima, in Slovacchia, il partito di Robert Fico, tosto socialdemocratico, ha spazzato via i populisti anti sistema ed è diventato nuovamente il capo del suo paese, per il secondo mandato consecutivo. Qualche settimana prima, a inizio anno, il Portogallo ha eletto come presidente il più sobrio tra i candidati in campo, il conservatore Marcelo Rebelo de Sousa, e sempre per la stessa carica, quella di presidente, il 4 dicembre 2016 l’Austria ha votato come suo capo di stato, al ballottaggio, il verde Alexander Van der Bellen, che si è imposto sul candidato di estremissima destra Norbert Hofer. Il 30 ottobre, in Islanda, il partito dei Pirati, dato in vantaggio da tutti i sondaggi, è stato surclassato dal partito dell’Indipendenza, di tradizione conservatrice, e oggi guida il paese sostenuto da una coalizione di centrodestra. E due giorni fa, in Olanda, l’anti sistema Geert Wilders, estrema destra, è stato nuovamente sconfitto dal leader conservatore Mark Rutte.

 

Le elezioni politiche e presidenziali più importanti dello scorso anno sono andate così, i populisti non hanno vinto da nessuna parte, e a voler essere ottimisti potremmo dire che rischia di avere ragione un collega di Bloomberg, Leonid Bershidsky, che qualche giorno fa, oltre ad aver previsto il flop di Wilders, ha scritto che, per l’Europa, “la possibilità che le forze euroscettiche perdano tutte le prossime contese elettorali appare più che concreta, perché l’Europa è più forte, più stabile e più inclusiva di quanto pensino tanti commentatori statunitensi e britannici”. In Francia, scrive Bershidsky (e la pensa così anche Carlo Cottarelli che oggi esordisce sul Foglio), il Front national di Marine le Pen era dato dai sondaggi al 30 per cento lo scorso novembre, dopo la vittoria di Donald Trump alle presidenziali Usa, e oggi è al 26 per cento, una manciata di punti in più di Emmanuel Macron. In Germania, il partito anti-immigrazione e anti-euro Alternativa per la Germania (Afd) era dato al 15 per cento nel settembre 2016, e oggi è calato al 10, circa un terzo dei voti attribuiti rispettivamente alla Csu di Angela Merkel e all’Spd di Martin Schulz. E chissà che, quando si andrà votare, lo stesso non valga anche per l’Italia, dove nessun sondaggio segnala possibilità concrete di vittoria per il Movimento 5 stelle.

  
I quali 5 stelle – oltre ad aver imposto un’egemonia culturale che spesso costringe anche i partiti di governo a fare bruschi passi indietro, come è successo ieri in Parlamento con i voucher vergognosamente aboliti in modo integrale dalla maggioranza – sono riusciti finora a fare nel nostro paese la stessa cosa fatta da Podemos: non vincere mai le elezioni se non quelle amministrative (Podemos governa Barcellona e Madrid e dopo averle amministrate per due anni, molto male, gli spagnoli hanno punito il codino di Iglesias affossandolo alle ultime politiche). Il nostro ragionamento, lo avrete notato, prescinde dalle elezioni americane e prescinde dai voti registrati nei due grandi referendum europei (la Brexit in Gran Bretagna, il referendum costituzionale in Italia). Ma non è un gioco di prestigio, è solo un ragionamento elementare: così come Obama non ha avuto un effetto traino in Europa, potrebbe darsi che capiti lo stesso anche con Trump; e d’altra parte le ragioni che portano a votare un referendum sono infinitamente diverse da quelle che portano a votare alle politiche (il 7 maggio 2015 Cameron stravinse le elezioni per la seconda volta di seguito, un anno dopo è stato spazzato via dal referendum sulla Brexit). Prima di dire che l’ondata populista è stata fermata occorrerà vedere cosa accadrà a maggio in Francia con Marine Le Pen.

 

Ma al momento le elezioni olandesi rappresentano una lezione importante per una serie di ragioni: non è vero che i populisti non si possono battere; non è vero che la vecchia sinistra sia l’alternativa all’estremismo; non è vero che il partito dell’apertura sia destinato a soccombere al partito della chiusura; non è vero che le maggioranze dei paesi europei sono estremiste e anti politiche; non è vero che l’arma dell’anti europeismo sia una carta inevitabile per vincere le elezioni. E’ vero invece che una sinistra che si rinnova (Tsipras in Grecia, Renzi forse in Italia, Macron forse in Francia, Schulz forse in Germania) può avere più speranze di battere i populisti rispetto a una sinistra costola del grillismo modello Speranza-Gotor.

 

È vero infine che in questa particolare fase storica le piattaforme liberali portate avanti dai partiti di centrodestra almeno in Europa hanno la possibilità di riscuotere successo tra gli elettori con più facilità dei partiti di centrosinistra, che per entrare a far parte a pieno titolo del partito dell’apertura sono spesso costretti a rivoluzionare il proprio codice genetico, con le conseguenze che sappiamo. Dire che l’ondata populista in Europa è ormai archiviata è ancora prematuro. Dire però che le elezioni europee degli ultimi mesi ci offrono indicazioni preziose per capire cosa potrà accadere durante il prossimo anno è invece realistico. E la lezione è chiara: le sinistre che rincorrono il passato perdono, le destre che non cedono al populismo vincono, le forze anti sistema non sono così solide come sono state descritte finora. E chissà che la lezione non valga presto in Francia e un giorno non lontano anche in Italia.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.