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Arturo Parisi ci spiega perché il proporzionalismo è una sciagura

“L’Ulivo? E’ necessario, ma solo se è un progetto e non un taxi”. E' un ritorno alla Prima Repubblica? "Se di un ritorno si potesse parlare, sarebbe il ritorno delle dinamiche dissolutive che ne decretarono la fine"

25 Gennaio 2017 alle 15:39

Arturo Parisi ci spiega perché il proporzionalismo è una sciagura

Arturo Parisi (foto LaPresse)

Roma. Mario Segni sul Foglio ha definito l’arrivo del proporzionale “una iattura”. Il professor Arturo Parisi, ulivista convinto, condivide: “Senza dubbio. Ma, più che il probabile approdo proporzionale sul piano della legge elettorale – spiega l’ex ministro di Romano Prodi – la vera sciagura è quello che potremmo chiamare il proporzionalismo. La dinamica che va crescendo nella società e nella stessa cultura politica. Da noi ma non solo da noi. La resa alle tendenze di frammentazione in corso: nelle relazioni internazionali tra gli stati, e in quelle interne tra i partiti e dentro i partiti. La convinzione che le distinzioni e le divisioni politiche possano essere solo fotografate e rappresentate, rinviando la loro composizione a un generico dopo. Senza preoccuparsi troppo se, tra il prima e il dopo, a livello internazionale stiano in mezzo conflitti violenti e, all’interno, un caos crescente. Se si dimentica che la politica è finalizzata al governo non c’è maggioritario che basti. Ci si mette assieme tanto per lucrare il premio a spese di chi non è riuscito a farlo neppure per quel tanto e poi, una volta arrivati, ci si saluta. Da buoni nemici”. Basta ripassarsi la storia, spiega Parisi. “Penso solo alla mia. Alla lotta per contrastare la tendenza a pensare all’Ulivo null’altro che come a un taxi imposto dal Mattarellum per arrivare in Parlamento. Per non parlare dello spaventoso premio in seggi regalato dal Porcellum nelle ultime elezioni al Pd e a Sel in nome di una unità tradita dopo il voto, nell’indifferenza dei più”.

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Insomma, è un ritorno alla Prima Repubblica? “La verità è che dalla logica della Prima Repubblica ci siamo allontanati poco e per poco. Ma soprattutto col desiderio e la fantasia, più che nella realtà. Fin quando i nostri passi sono stati guidati dall’idea di un nuovo ordine mondiale da sostituire al bipolarismo internazionale, e al suo interno dall’impaziente progetto di una unità politica dell’Europa. Se non fosse per l’ancoraggio assicurato dalla modifica del governo delle autonomie, la barca della democrazia governante si sarebbe già definitivamente fracassata  da tempo sugli scogli. Direi semmai che è la Prima Repubblica che si è allontanata da noi. I partiti che finché vissero le diedero vita, le condizioni esterne che la sostennero finché durarono. Se di un ritorno si potesse parlare, sarebbe il ritorno delle dinamiche dissolutive che ne decretarono la fine”.

 

Dunque si ritorna ai partitini, professore? “Sarà la legge elettorale a deciderlo. Che sia il ritorno ai partitini o ai partitoni di correntine, a liste unitarie di partiti coalizzati o a coalizioni di liste, lo decideranno le norme che per gli elettori sono dettagli, mentre per gli eligendi sono quello che decide della loro vita. L’entità delle soglie di sbarramento, le dimensioni di collegi e circoscrizioni, la quota di parlamentari nominati, la modalità della scelta degli altri, etc. I temi sui quali si concentrerà il braccio di ferro dei prossimi mesi”.

 

Vede possibile, con un sistema proporzionale, uno scontro Renzi-Berlusconi contro Grillo-Salvini? “Diciamo meglio. Da una parte un incontro tra Pd e FI, e dall’altra tra Lega e M5s? Possibile. Ma naturalmente solo dopo le elezioni. Per prepararsi subito a nuove elezioni. Stiamo parlando non soltanto di una prospettiva di instabilità permanente dentro l’area della eventuale maggioranza di governo nata per sostenere la prima delle coppie che va all’altare. Ci troveremmo di fronte non solo alla stabile instabilità dei governi della Prima Repubblica, ma di fronte alla instabilità nel rapporto di forza tra le due metà che dovessero spartirsi i compiti di governo o di opposizione: sia che il primo turno tocchi al Pd+FI o a LN+M5s. Un incubo!”.

 

Può funzionare in un paese come il nostro, dove non esistono più partiti forti? “Partiti forti ne esistono sempre meno da tutte le parti. Dappertutto è il momento degli individui, più che in rete, irretiti. Organizzati in aggregati mutevoli e spettacolari, come in autunno fanno spettacolo nel cielo delle nostre città gli stormi di storni. Spettacolo in cielo guidato da leader che investono sull’eccezionale spirito gregario dei seguaci. Ma purtroppo spettacolo anche in terra”.

 

In questa situazione, è possibile il ritorno dell’Ulivo? “Direi più che mai necessario, se l’Ulivo è una unità costruita attorno a un riconoscibile progetto da portare al governo grazie alla partecipazione diretta dei cittadini. L’unica via per contrastare la tendenza alla frammentazione che alimenta il proporzionalismo. Se l’Ulivo è invece solo un accordo elettorale tra partiti e partitini per lucrare qualche premio o superare difficoltà contingenti, forse è inevitabile ma insufficiente. Ma perché mai chiamarlo Ulivo?”.

 

E’ vero che la fine del maggioritario è la fine del renzismo? “Di certo è la fine della fase che lo ha visto vincente nelle competizioni maggioritarie alla Provincia e al Comune di Firenze, la fine della fase che attraverso le competizioni maggioritarie delle primarie lo ha visto approdare alla proposta di riforma maggioritaria. Naturalmente, se questa oltre che nel referendum dovesse uscire definitivamente sconfitta dalla nuova imminente legge elettorale. A parità di contesto storico la natura maggioritaria della competizione politica cresce assieme ad attori capaci e interessati a essa. E gli attori maggioritari crescono a loro volta nella pratica del maggioritario”.

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