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A Roma inizia un processo che può svelare i segreti della Casaleggio&Co.

L’ex Favia è imputato, ma ribalta l’accusa: quanto guadagna la galassia dei siti collegati al sacro blog? Grillo in aula a febbraio, forse.

18 Ottobre 2016 alle 06:11

A Roma inizia un processo che può svelare i segreti della Casaleggio&Co.

Beppe Grillo con Davide Casaleggio (foto LaPresse)

Roma. Beppe Grillo è stato chiamato a testimoniare, ma è improbabile che il capo del Movimento cinque stelle si presenti a Roma, in piazzale Clodio, il prossimo 20 febbraio nella seconda udienza di questo processo per diffamazione contro Giovanni Favia, uno dei primi eletti del Movimento, uno dei primissimi espulsi nel periodo del grande repulisti emiliano del 2012, quando fu cacciato anche Valentino Tavolazzi, per molti anni super star del M5s ai suoi albori. Il processo iniziato a Roma è contro Favia, che aveva accusato Gianroberto Casaleggio di non fornire nei bilanci della sua azienda, la Casaleggio Associati, informazioni precise sui guadagni pubblicitari del blog di Grillo (che è un sito, ma è anche la sede e la voce di un partito politico, forse del primo partito politico italiano). Ma se l’imputato di diffamazione è Favia, tuttavia ieri i ruoli sembravano ribaltarsi, con l’imputato che, interrogato dal giudice, si faceva accusatore di Grillo e di Casaleggio, forse per la forza di certe argomentazioni, per quel gioco di specchi e di opacità che da anni vengono rilevate anche da tutti i giornali d’Italia: come funziona la Casaleggio Associati? Quanto guadagna la galassia dei siti collegati al blog di Grillo? E perché il M5s è l’unico partito italiano a non presentare al Parlamento il proprio bilancio completo, ma un testo per così dire gravamente lacunoso? In un tweet del 25 maggio 2016 il deputato del Pd, Sergio Boccadutri, dopo aver proposto un emendamento che introduce una sanzione per quei partiti che non sottopongono il loro bilancio alla “Commissione di garanzia e trasparenza”, disse testualmente che quello del M5s “è falso”.

 

 

Il 7 aprile del 2014, Favia aveva scritto un articolo sul Tempo, giornale diretto da Gian Marco Chiocci (anche lui imputato di diffamazione), così intitolato: “Blog e politica, ecco gli affari a 5 stelle. Una macchina da soldi e potere”. Nell’avviso di garanzia inviato a Favia, a Chiocci e ai loro legali su querela di Gianroberto Casaleggio nel frattempo scomparso – querela che suo figlio Davide non ha voluto far cadere dopo la morte del padre, costituendosi parte civile – viene evidenziato il passaggio incriminato dell’articolo, in cui ci si riferiva ai bilanci, ai sistemi di finanziamento, e alla pubblicità che trova spazio sul blog di Grillo. Ecco il passaggio origine della querela: “Nei rari casi in cui ha dovuto rispondere sull’argomento, Grillo ha rimandato la questione proprio ai bilanci della Casaleggio Associati, i quali però sono scritti in maniera tale da non far comprendere quale sia il flusso finanziario legato al blog”. Scritti “in maniera tale da non far comprendere”, dunque. Vale forse la pena di ricordare che proprio quell’anno a domanda diretta dei giornalisti che gli chiedevano cifre e dati, Grillo rispose così: “Uso una sola parola… Vaffanculo”.

 


Giovanni Favia (foto LaPresse)


 

Il flusso finanziario legato al blog è sempre rimasto misterioso. E d’altra parte, i dati ufficiali non era possibile ricavarli in alcun modo, come a suo tempo ha potuto verificare anche il Foglio scorrendo i bilanci del 2013 (risalenti dunque alle attività del 2012: 1,3 milioni di ricavi e 69 euro di utili) presentati dalla Casaleggio Associati. La fonte principale dei ricavi dell’azienda – questo si sa – è certamente il blog di Grillo, ma la società gestisce anche il portale del Movimento, i due siti di informazione (Tze Tze e La Fucina), la tivù streaming (La Cosa). Tutti siti collegati tra loro, tutti corredati da banner pubblicitari. Anche i parlamentari più noti del M5s si sono impegnati a caricare i video che li riguardano sul famoso blog. E per ogni video visto, ogni centomila visualizzazioni, Casaleggio Associati guadagna. Un pasticcio in cui i parlamentari della Repubblica usano i social network per indirizzare le migliaia dei loro elettori su video che poi fanno lievitare i compensi pubblicitari di un’azienda privata. Ed ecco il punto. Fare delle domande non è reato, e avanzare dubbi sulla trasparenza di questo meccanismo nemmeno, specie se si tratta di fatti d’interesse pubblico che coinvolgono il partito più votato d’Italia, che adesso governa anche Torino e Roma. Il processo che vede imputato Favia, ma che può trasformarsi nel processo a Grillo e Casaleggio, è appena cominciato. Sarà lungo e interessante, specie se Grillo dovesse presentarsi in aula e rispondere alle domande del magistrato. Ma lo farà? Al giudice non ci si può rivolgere con la formula che tutto spiega e tutto assolve, cioè “vaffanculo”.

 

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