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Fate finire la guerra dei trent’anni

La guerra di Troia durò 10 anni, il nazismo 12, Mussolini 20. In Italia da 30 anni si riproduce ancora lo stesso meccanismo: la delegittimazione dei leader da parte delle minoranze di blocco. Da Craxi a Renzi, un unico filo.

7 Ottobre 2016 alle 06:15

Fate finire la guerra dei trent’anni

Matteo Renzi (foto LaPresse)

In trent’anni si rinnovano, credo, quasi tutte le cellule di un corpo umano. In trent’anni si ridisegna, come nella guerra 1618-1648, la mappa politica, materiale e spirituale dell’Europa. In trent’anni siamo passati dalla Costituzione (1948) all’assassinio di Moro (1978), e in mezzo ci furono i Beatles e il ‘68. In trent’anni succede di tutto nella vita, nell’arte, nell’amore, nei matrimoni, nella crescita dei figli, nella salute, nell’evoluzione delle tecnologie (trent’anni fa eravamo alfabetizzati buoni per le macchine da scrivere, e il telefono era ancora pre-digitale, con la ruotina per fare i numeri, insomma lo slow-phone). La guerra di Troia durò dieci anni, il nazismo 12, Mussolini venti. Nella politica italiana da trent’anni si riproduce sempre lo stesso meccanismo. Qualcosa di simile alla platonica idea del tempo come immagine mobile dell’eternità.

 

Avrete letto l’intervista di De Mita al Corriere o quelle rumorose di D’Alema, erede di Natta, a vari giornali, che hanno provocato risposte sanguinose. Vogliono liquidare il governo decisionista del boy scout, del royal baby, le sue riforme costituzionali ed elettorali, per ridare vita, almeno con l’immaginazione politica, a una Repubblica parlamentare fondata sulla proporzionale e sulla mediazione delle oligarchie o classi dirigenti di partito, quelle che si fondano sulla mediazione tra blocchi sociali e non sulla ricerca patologica del consenso popolare. Trent’anni fa un patto tra l’allora segretario del Pci Alessandro Natta e il capo della Democrazia cristiana Ciriaco De Mita, benedetto in televisione da Enzo Biagi, liquidò l’esperienza di governo di Bettino Craxi, il socialista autonomista che voleva rompere l’asse consociativo tradizionale tra le grandi forze popolari cattolica e comunista, conseguenza del plebiscito degasperiano del 1948 e della cultura politica di Palmiro Togliatti. Craxi voleva riformare la Costituzione, pose il problema di un sistema presidenzialista, predicò la governabilità, il decisionismo, l’efficienza della politica in un tempo segnato dall’inflazione a due cifre e da turbolenze paragonabili per importanza a quelle di oggi. Non c’era la mondializzazione dei mercati, si ergeva compatto il Muro di Berlino.

 


Benedetto Craxi (foto LaPresse)


 

Le obiezioni a Craxi erano identiche a quelle oggi rivolte a Renzi. Mutazione genetica della sinistra, che non fa più il suo sano mestiere conservatore, deriva plebiscitaria, degenerazione autoritaria incubata da procedure elettorali e parlamentari che mirano al governo di un uomo solo al comando. Rinasce una Santa Alleanza che si coagula intorno ai vecchi apparati ideologici e di partito, detto senza disprezzo e offesa per quanto fecero di buono nella vecchia situazione istituzionale, e ai loro rappresentanti, alle stesse persone, agli intellettuali ed esperti costituzionalisti di servizio, con il contorno delle minoranze di blocco variamente impostate su un manifesto di ribellismo sociale di estrema sinistra e forze di opposizione di vario conio destrorso.

 

E’ una coalizione avventurista, secondo me, e priva di sbocchi, ma a suo modo solida, minacciosa, come sempre fiancheggiata, sia pure con riserve e apprensioni opportuniste, da un blocco borghese incerto che ha nell’editoria dei giornali la sua testa di ponte, e che si deve avvalere di stereotipi e miti fondativi in lite con la storia. D’accordo, la coalizione che ieri era ultramaggioritaria e condensava i veri poteri della Repubblica dei partiti è a oggi un’adunata di refrattari, costretta a contare sul sostegno dei vaffanculatori grillini, un patto tra storici perdenti definiti con termine efficace e odioso “rottamati”, ma è la stessa di trent’anni fa, usa gli stessi argomenti, si dirige contro il tentativo di rinnovamento in corso, in circostanze tanto diverse e con un personale politico del XXI secolo, e si muove con le stesse procedure mentali conservatrici, restauratrici, immobiliste.

 

La questione di fondo è sempre la stessa, naturalmente: è possibile che un paese come l’Italia venga governato per una durata di almeno cinque anni da chi ha vinto le elezioni con il suo programma e il suo personale politico, lasciando a chi le ha perse una funzione non ostativa di controllo e mantenendo in piedi pesi e contrappesi di un sistema costituzionale uscito prudente e pluralista dall’esperienza del fascismo? A Craxi il disegno fu brutalmente impedito. Berlusconi a sorpresa lo realizzò, incarnando per la prima volta dalla fondazione del Regno d’Italia un’alternanza di governo di forze diverse alla guida dello Stato; lo realizzò, ma pagando lo scotto di vent’anni di delegittimazione. Ora è la volta di Renzi, emulo e competitore di Berlusconi e in questo suo erede naturale, di tanto più mite, più candido, più giovane, e meno legato ai miti novecenteschi di quanto non fosse Craxi, sebbene abbia stamina, energia, per provarci. Vedremo. Ma la cosa importante da capire è questa: non c’è niente di nuovo sotto il sole, a parte un mondo intero che è cambiato radicalmente, comprese le nostre cellule personali, e la scelta da fare, trent’anni dopo, è sempre la stessa.

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