Perché gli insulti di Grillo ai giornalisti non sono “fascisti”, ma esito dell'antipolitica (ve ne accorgete adesso?)

Maurizio Crippa
L’insulto dei pentastellati ai media è il disprezzo antipolitico per tutto e per tutti, per qualsiasi fonte di notizie o ancoraggio al dibattito delle idee che sia differente dal verbo piatto della setta

Non fosse che vien noia anche solo a pensarci, non sarebbe complicato stilare l’abbecedario elementare (seconda elementare) degli insulti – più o meno minacciosi, più o meno gratuiti, va da sé anche talvolta meritati: ma la buona creanza e la buona politica impongono che non si insulti a gratis neppure chi lo merita – che Beppe Grillo e la sua schiatta di politicanti a corto di argomenti e congiuntivi ma non di spintoni riservano da sempre ai giornalisti, gli orribili porte-parole della Casta e dei Poteri forti. Così, a memoria: “Basta avere due amici al bar alla buvette di Montecitorio e diventi direttore di giornale”, “c’è chi non arriva alla fine del mese e chi fa il giornalista assistito”, “servetti del potere”, “burattini di pseudo giornalisti”. E’ il suo blog ad aver inventato (che ingegno) il “giornalista del giorno”, col suo tono vagamente additatorio, intimidatorio. Che, buon ultimo, alla schiera si sia aggiunto Julian Assange, “siete riusciti a sbaragliare la stampa corrotta”, è solo un dettaglio. Com’è in fondo un dettaglio in cronaca lo spintonamento degli energumeni della Raggi.

 

Ciò che è quasi altrettanto noioso fare, ma bisogna pur farlo, è prendere nota delle proteste dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione della stampa, che tutt’a un tratto deplorano “insulti, e intimidazioni” e invitano i vertici del M5s “a isolare i violenti”. E tutti i colleghi e commentatori che scoprono soltanto ora la sottile, deprecabile “natura fascista” nascosta sotto la goliardia dello sfottò e degli elenchi dei nemici a mezzo stampa. Perché, va da sé, chi tocca la libertà di stampa è sempre “fascista”. In realtà non è quella, la natura. E un po’ di pulizia (non polizia) delle idee sarebbe necessaria. Non è “fascismo”. E non perché Roberto Fico ora esprima “solidarietà ai cronisti e agli operatori aggrediti. L’odio non deve far parte del dna del Movimento 5 stelle”. Fico strilla “fuori i violenti dal Movimento”, slogan cupo, se  non fosse inconsapevolmente parodistico, del clima d’odio imperante decenni fa, con la sua doppia morale nell’isolare i “nemici”. No. Per paradosso – e sia detto solo per paradosso e nel rispetto di chi quella violenza subì o ancora la subisce in molte parti del mondo –  la violenza fascista apparteneva alla politica.

 

L’insulto grillino ai giornalisti (tradotto: a tutta l’informazione che non risponde al mio blog e al nostro flusso di coscienza) ha una radice diversa. E’ il disprezzo antipolitico per tutto e per tutti, per qualsiasi fonte di notizie o ancoraggio al dibattito delle idee che sia differente dal verbo piatto della setta. E’ l’altra faccia del primitivo “uno vale uno” (così primitivo che s’è visto che fine ha fatto), cosicché nei comizi e nelle interviste, e poi nei comportamenti dei militanti, il primitivismo a cinque stelle diventa “niente vale niente”, e “tutto è uguale a tutto”, e qualsiasi fonte d’informazione o di contraddittorio può essere travolta nel generico disprezzo per i servi della Casta. Il problema è la Casta, sostituto generico e rozzo della Politica. Così che rimane soltanto l’assurdo del sospetto: dai complotti dei poteri forti alle battute riuscite male di Grillo sui giornalisti che fanno “articoli meravigliosi sulla Raggi che ha i peli sulle gambe”. Dimenticando che qualche pelo nell’uovo nella sua giunta capitolina, anche se tutti avessero avuto la calzamaglia come le gemelle Kessler, l’avrebbe trovato anche un gazzettiere cieco. Adesso ci sono i giornalisti che si scandalizzano per essere chiamati “mafiosi, buffoni, corrotti”. Ma fanno parte dello stesso circo mediatico che per anni ha alimentato la campagna anticasta, antipolitica, di delegittimazione. La Casta non l’ha inventata Grillo, ma c’è un giornalismo che ne ha introiettato il linguaggio fino a farlo proprio. E ora gli pare che sia “fascista”.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"