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Grillo spiegato al Financial Times

L’ex procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio, De Dominicis, avviò l’inchiesta contro le agenzie di rating di cui sempre il Financial Times diede conto con un titolo irrisorio. Il magistrato contabile è convinto che il taglio del rating italiano nel pieno della crisi dei debiti sovrani sia stato un complotto.

6 Settembre 2016 alle 06:15

Grillo spiegato al Financial Times

Beppe Grillo (foto LaPresse)

Roma. “Il Movimento 5 stelle diventa maturo”, scriveva meno di un anno fa il Financial Times, con un articolo in cui benediceva la trasformazione dei grillini in seria alternativa di governo. Ora il M5s con la giunta guidata da Virginia Raggi dimostra che è tanto maturo da poter riportare la Dolce vita a Roma, con la differenza che al posto della sensuale Anita Ekberg, immerso nella fontana di Trevi a sussurrare “Marcello come here!”, ci sarà Angelo Raffaele De Dominicis, il nuovo assessore al Bilancio del comune di Roma. De Dominicis è l’ex procuratore generale della Corte dei Conti del Lazio che avviò l’inchiesta contro le agenzie di rating di cui sempre il Financial Times diede conto con un titolo irrisorio: “L’Italia accusa S&P di non considerare ‘la dolce vita’”.

 

Il magistrato contabile è convinto che il taglio del rating italiano effettuato da Standard & Poor’s, Fitch e Moody’s nel pieno della crisi dei debiti sovrani sia stato un complotto, “un’azione concertata mirata a recare un serio pregiudizio alla finanza pubblica italiana”. I declassamenti sarebbero stati secondo il magistrato “al di fuori di qualsiasi logica economica”, perché le tre società non hanno mai “considerato nei rating la storia, l’arte e il paesaggio italiano che, come riconosciuto a livello universale, sono le basi della forza economica del paese”. In pratica le Big Three del rating hanno scientemente ignorato il valore inestimabile di Michelangelo, della Divina commedia, della pizza, del mandolino e della stessa fontana di Trevi – che ad esempio potrebbe essere venduta ai creditori come già fece Totò con Decio Cavallo – al solo scopo di “contestare l’autorevolezza e la solvibilità dei Btp italiani sui liberi mercati del mondo”.

 

Per questa manovra a tenaglia della finanza internazionale, De Dominicis aveva pensato di chiedere alle agenzie un risarcimento da 351 miliardi di euro: 117 per il costo delle manovre approvate dal governo per affrontare la crisi, più altri 234 per danni morali. Il procedimento della Corte dei Conti, che era uno spin-off della celebre inchiesta della procura di Trani, è poi finito con un’archiviazione richiesta dallo stesso procuratore De Dominicis perché “non appare sostenibile in giudizio la tesi accusatoria”.

 

Ma in realtà, al contrario di quello che anche il Financial Times potrebbe pensare, l’archiviazione è stato un successo dell’accusa perché, come ha detto lo stesso De Dominicis nell’inaugurazione dell’Anno giudiziario 2015, “grazie all’inchiesta promossa da questo pubblico ministero, il rapporto veramente diabolico tra i giudizi di rating sui Btp sovrani e l’incremento dello spread si è profondamente incrinato e forse definitivamente spezzato; pertanto, la spesa destinata al debito pubblico ha potuto ridursi in modo considerevole, a vantaggio del buon andamento economico-finanziario del conto economico nazionale”. Altro che Mario Draghi e il Quantitative easing della Bce, se si è abbassato lo spread è solo merito del nuovo assessore al Bilancio di Roma, che ha salvato il paese con una causa persa (figurarsi se l’avesse vinta). Se per il Ft pochi mesi fa il M5s era diventato maturo, ora si può dire che siamo alla fase successiva.

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