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L’Italia può dare lezioni di giustizia solo alla Turchia

Perché solo Erdogan può farci esultare per la salute del nostro stato di diritto.

4 Agosto 2016 alle 12:49

L’Italia può dare lezioni di giustizia solo alla Turchia

Tayyip Erdogan (foto LaPresse)

Roma. Nell’intervista esclusiva rilasciata a RaiNews24, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha evitato di rispondere alle accuse di violazione dei diritti umani dopo il fallito golpe del 15 luglio scorso, ricordando provocatoriamente all’intervistatrice italiana – Lucia Goracci – la vicenda giudiziaria che a Bologna vede suo figlio indagato per riciclaggio: “Se mio figlio in questo momento tornasse in Italia potrebbe essere arrestato, perché c’è un’inchiesta aperta nei suoi confronti dai magistrati italiani. Perché? Non c’è una risposta. E quando tu chiedi loro perché, non ti rispondono. È questo lo stato di diritto?”. Sui giornali di tutto il mondo è rimbalzata la replica del presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi (“I giudici rispondono alla Costituzione italiana, non a lui. Si chiama stato di diritto”), mentre è passata inosservata la risposta, fiera, della giornalista italiana: “Però in Italia c’è la presunzione di innocenza fino a che non ci sono prove che dimostrano il contrario”.

 



 

Alt. Che la massiccia epurazione attuata da Erdogan in tutti i settori della società civile turca sia contraria ai principi basilari della liberaldemocrazia è a dir poco evidente. Ma siamo proprio sicuri di essere noi, italiani, a poter ergerci a paladini della “presunzione di innocenza” e a dare lezioni sul rispetto dei capisaldi dello stato di diritto? Dov’è, ad esempio, il garantismo richiesto dalla nostra Costituzione quando nelle carceri italiane (spesso sovraffollate all’inverosimile) sono ospitati 9.074 detenuti in attesa di sentenza definitiva, di cui 8.301 addirittura ancora in attesa di primo giudizio (cioè il 16 per cento del totale)? Dov’è lo stato di diritto quando nel nostro paese per avere giustizia occorre aspettare, in media, 8 anni in campo civile e 5 anni in quello penale (con buona pace, peraltro, degli investitori stranieri)? Ma, soprattutto, dov’è la presunzione di innocenza quando un semplice avviso di garanzia basta a innescare l’ormai tradizionale e tutto italiano tritacarne mediatico-giudiziario, in cui persone semplicemente indagate vengono messe alla gogna salvo poi, svariati anni dopo, vedere riconosciuta la propria innocenza nel silenzio generale, in primis dei media?

 

Lo si potrebbe chiedere, per esempio, all’ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, assolto dopo quattro anni e mezzo da un’accusa di corruzione che non stava in piedi, ma che nel frattempo gli ha distrutto l’intera carriera politica e anche la vita privata (“delinquente matricolato” furono le parole usate dai procuratori di Monza e rilanciate dagli organi di stampa). Lo si potrebbe chiedere a Vasco Errani, che a causa di un travaglio giudiziario durato sei anni ha dovuto rinunciare alla carica di presidente della Regione Emilia-Romagna, prima di essere assolto per la seconda volta lo scorso giugno. Lo si potrebbe chiedere a Stefano Graziano, consigliere regionale e presidente del Pd campano, per mesi bollato come camorrista da giornalisti e grillini, prima che alcuni giorni fa la stessa Direzione distrettuale antimafia di Napoli archiviasse l’accusa nei suoi riguardi per concorso esterno in associazione mafiosa. Sul rispetto del principio di presunzione di innocenza si potrebbe interpellare anche Maurizio Venafro, assolto di recente dall’accusa di turbativa d’asta, che però lo ha portato a dimettersi da capo di gabinetto del governatore Nicola Zingaretti. Oppure Ilaria Capua, assolta dopo mesi di gogna pubblica dall’accusa di essere una “trafficante di virus”, ma che intanto ha deciso di trasferirsi negli Stati Uniti.

 

E ancora: il senatore del Partito democratico, Salvatore Margiotta, dimessosi da vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai prima di essere assolto in via definitiva per corruzione; Paolo Cocchi, ex assessore regionale della Toscana assolto dopo sei anni di processo e che oggi fa il pasticcere; l’ex superdirigente pubblico Ercole Incalza, che negli ultimi anni ha raccolto 15 assoluzioni in 15 processi; Ludovico Gay, che ha passato 120 giorni in carcere in semi-isolamento prima che si scoprisse che la “cricca al ministero dell’Agricoltura”, composta da lui e altre otto persone finite in carcere, non esistesse; Fausta Bonino, passata alle cronache come “l’infermiera killer di Piombino”, scarcerata dal Riesame di Firenze che ha bocciato le indagini dei pm; Silvio Scaglia, Mario Mori, Calogero Mannino, Vincenzo De Luca… Dov’era, in tutti questi casi, la nostra esemplare presunzione di innocenza?

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