Roberto Saviano (foto LaPresse)

Una lettura per un distratto Saviano

Redazione
Sull’Espresso, Roberto Saviano ricostruisce questa “indicibile paura di vivere” che dà il titolo al suo articolo sottolineando che “la strage di Monaco ha molto più in comune con Columbine che con gli attacchi terroristici rivendicati dallo Stato islamico” e che una domanda ce la dobbiamo fare: “Dove prendono le armi?”.

Scrive Roberto Saviano che dall’attacco a Charlie Hebdo del gennaio del 2015 siamo entrati in “una spirale del terrore che non ci consente più di ragionare su nulla”, la paura ci immobilizza. “Folli disadattati” mettono “in ginocchio i nostri nervi e la nostra capacità di provare empatia e di non sentirci perennemente sotto attacco” mentre “una serie di ‘leggerezze’” mostra che chi dovrebbe badare alla nostra sicurezza non lo sa fare. Sull’Espresso, Roberto Saviano ricostruisce questa “indicibile paura di vivere” che dà il titolo al suo articolo sottolineando che “la strage di Monaco ha molto più in comune con Columbine che con gli attacchi terroristici rivendicati dallo Stato islamico” e che una domanda ce la dobbiamo fare: “Dove prendono le armi?”. L’attacco di Monaco è l’unico in questa ondata di attentati rivendicati dai jihadisti a essere stato compiuto da un ragazzo “ossessionato dalle stragi di massa”, gli altri sono stati rivendicati dal gruppo di al Baghdadi, ma se Saviano li citasse dovrebbe parlare di islam, cosa che non fa mai in tutta un’analisi sull’occidente sotto assedio che non dovrebbe rinunciare alla sua voglia di vivere. I terroristi sono tutti squilibrati, insomma, e la religione non c’entra.

 

E’ con queste analisi che si nutre la miopia dell’occidente, pronto a fare distinzioni particolareggiate – sul disagio sociale, sulla sanità mentale, sui permessi di soggiorno rifiutati, sulla radicalizzazione “rapida” e via dicendo – per non vedere un quadro che è talmente chiaro e delineato che ignorarlo risulta un alibi indifendibile. La rivista americana Foreign Affairs, espressione dell’establishment di politica estera americano legato al Council on Foreign Relations, istituzione blasonata lontana dagli spericolati sostenitori dello scontro di civiltà, ha pubblicato un articolo che smonta “il mito del terrorismo da lupo solitario” cui s’aggrappa cieco l’occidente: “L’incapacità di identificare legami comuni tra i cosiddetti lupi solitari e lo Stato islamico è parte di un approccio antico e ampio che sottovaluta la portata dei network jihadisti in occidente”. Nel 2005, quando fu attaccata Londra, un’inchiesta ufficiale stabilì che l’attentato era “un affare modesto e semplice organizzato da quattro uomini che usavano internet”. Sono cambiate le modalità di radicalizzazione, non ci sono più covi dove riunirsi e complottare, il contatto personale è stato sostituito dai contatti sui social, ma proprio questa trasformazione dovrebbe allarmare ancora di più chi combatte il terrorismo, perché implica che di solitario non c’è più nulla, il branco non si vede dentro a una moschea, ma è enorme. Parlare delle colpe della sicurezza pubblica, interrogarsi sulla vendita di armi, non citare mai l’islam: è questo che ammazza la voglia di vivere.