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Il concorsone degli insegnanti sembra sempre più un surreality show

Insegnare è la tua missione? Allora lascia perdere il concorsone e pensa alla tv. Magnolia ha appena aperto il casting per un nuovo reality, rivolto a chi pensa che “rispetto delle regole e disciplina siano indispensabili all’interno della classe”.

24 Luglio 2016 alle 06:18

Il concorsone degli insegnanti sembra sempre più un surreality show

Insegnare è la tua missione? Allora lascia perdere il concorsone e pensa alla tv. Magnolia – la nota casa produttrice, fra l’altro, di “Piazza Pulita” e di “Undressed” – ha appena aperto il casting per un nuovo reality, rivolto a chi pensa che “rispetto delle regole e disciplina siano indispensabili all’interno della classe”. Le domande per selezionare gli aspiranti professori sadici sono semplici: dove vivi, dove insegni, quali materie e da quanto tempo; c’è anche un riquadro per hobby e interessi collaterali. Si può stare tranquilli riguardo ai tempi. Le riprese sono previste fra metà agosto e metà settembre, quattro settimane in tutto per sbrigarsi prima che inizi il vero anno scolastico.

 


(Immagine di Magnolia)


 

Magari filasse tutto così liscio, nel concorso con cui il ministero dell’Istruzione ha bandito oltre sessantamila posti per nuovi insegnanti. Ieri il Corriere della Sera ha fatto ragionevoli conti della serva, ribadendo che ciascun commissario preposto alla selezione dei futuri docenti percepisce cinquanta centesimi a candidato esaminato, da raddoppiarsi qualora questi raggiunga l’orale. La corsia preferenziale che il governo aveva annunciato già in aprile per sopperire a quest’ingiustizia si è fatalmente tramutata in pantano, così che i decreti attuativi languono tuttora; nel frattempo sono terminate le prove scritte, sono iniziati gli orali, molti commissari si sono fatti sostituire, una commissione (in Toscana) s’è dimessa in massa e, soprattutto, non si riesce a completarne alcune altre. Una nota del ministero ventila quale extrema ratio il ricorso a “esperti di comprovata competenza” per l’accertamento di capacità informatiche e linguistiche; non presidi né docenti anziani, bensì consulenti cooptati dal mondo delle professioni. Comunque vada, i vincitori di concorso non faranno in tempo a prendere regolarmente servizio il primo settembre.

 

I termini eccessivi del Corriere (“Meglio raccogliere pomodori. Lo Stato non dà lezioni neppure agli schiavisti”) rischiano di privilegiare il dito, i cinquanta centesimi, a discapito della luna: cioè che col concorsone il governo si gioca molto del senso della Buona Scuola. La svalutazione del ruolo di presidi e commissari svela una contraddizione intrinseca di questa legge, nata con l’ammirevole intento di ampliare l’offerta formativa tramite il rafforzamento dell’autonomia scolastica e un piano straordinario di assunzioni. Il format della Buona Scuola funziona se questi due aspetti sono legati e simultanei: l’autonomia come strada per l’immissione di nuova forza lavoro, e le assunzioni calibrate sulle esigenze di ciascun istituto. L’espletamento del concorso, invece, li scinde. Il testo della legge parla di “spazi di flessibilità” nella creazione di un organico coerente con la “identità culturale e progettuale” delle singole scuole, che possa fornire percorsi individuali a ogni alunno, e assegna ai presidi perfino il compito di intessere rapporti con enti locali e imprese. Quando però si tratta di consentire ai presidi di selezionare il personale, li sottopaga e li vincola a un cascame della vecchia scuola: il concorso, pachidermico e inadeguato all’obiettivo di “riordino, adeguamento e semplificazione” delle assunzioni che la legge si prefiggeva.

 

Al netto di disfattismo e vocazione alla lamentela, per cambiare la scuola bisogna pensare a soluzioni alternative. Se è contemplato che sulle capacità di un futuro insegnante possa giudicare un esperto, competente ma non abilitato all’insegnamento, perché non è possibile proporsi direttamente come insegnante a un preside, senza abilitazione ma sulla base di capacità e cultura? Costerebbe meno di cinquanta centesimi e impedirebbe che la Buona Scuola – da legge vantaggiosa frutto di un’ottima intuzione – si snaturi a colpi di compromessi sul passato, fino a diventare un surreality show.

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